Parrocchia San Michele Arcangelo (Lardaro)

Titolarità: CHIESA DI SAN MICHELE ARCANGELO

Autore:  Maestranze comasche

Epoca: Attuale visione 1739 - 1742

 

(sintesi di testi vari, con integrazione di una scheda di rilevazione di Rossella Peretti e ricerca di Serena Bugna)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Descrizione e caratteristiche

Dall'esterno sobrio (ridipinto nell’estate 1988) si può rilevare il portale barocco. Separato dalla chiesa sulla destra si erge il campanile dalla tipica forma a torre, in parte affrescato. L'interno è a navata unica con quattro cappelle laterali nelle quali sono inseriti, affrescati, altrettanti altari. Nel primo altare a destra, inserito in una falsa cornice di stucco, vi è l'affresco dedicato a S. Michele Arcangelo. Il secondo altare è invece dedicato al Sacro Cuore. Il primo altare a sinistra contiene in una nicchia una statua rappresentante S. Giuseppe con Bambino mentre il secondo è dedicato alla Vergine del Rosario come si può notare dalla statua che ospita. Da rilevare parti lignee degli altari dipinte in modo da sembrare marmoree che offrono l'illusione di sontuosità e ricchezza dei "finti" altari.

Dell'altare maggiore è soprattutto notevole la balaustra lignea del presbiterio (da alcune fonti ritenuta secentesca e da altre settecentesca) dove sono scolpiti putti e altre figure. Sulla parete absidale di fondo è affrescata l'Assunzione. Ai piedi della Vergine due figure: un Vescovo e un santo (si può azzardare la supposizione: San Vigilio e San Michele Arcangelo). Il tutto inserito in un "finto" altare. Il pulpito ligneo policromo dorato presenta a sinistra una mano con crocifisso. Sopra ad esso nicchia con statua di S. Francesco con Bambino e alla stessa altezza sulla parete di fronte altra nicchia con Cristo crocifisso.

 

Alcuni approfondimenti storici

Origine medioevale. Consacrata nel 1530. Il vecchio organo ottocentesco fu distrutto dai bombardamenti italiani della guerra 1914-18, quindi sostituito con uno dei Mascioni. Restauro 1920.

 

La chiesa di S. Michele Arcangelo

La chiesa di Lardaro è di origine medioevale, non ci è nota la data della sua prima costruzione, ma essa fu certamente una delle antiche cappelle della chiesa pievana di S. Giustina sorte già nei primi secoli dopo il Mille nei vari centri della Pieve di Bono.

La prima notizia documentata risale al 27 gennaio 1529 in cui appare già come chiesa dedicata a S. Michele Arcangelo. Il documento riferisce che nella casa comunale di Tione i sindaci di Lardaro, Simone Grotti fu Martino, Pietro Martinelli e Zanone Monte, stipulano con il tionese mastro Pietro Maraldi fu Giovanni dei Merzadri un contratto per la rifusione di una campana che s'era fessa.

In quell'occasione la comunità di Lardaro si impegna a fornire al fonditore il carbone e 6 carri di legna, oltre a versare 5 marceli per ogni peso di metallo fuso, pagando il bronzo con l'aggiunta di 20 lire per ogni peso. La consegna della campana dovrà avvenire nella solennità di Pasqua ed il relativo pagamento alla festa di Ognissanti.

La consacrazione della chiesa - ma si tratta certo di una "riconsacrazione", dovuta a lavori di una sua ristrutturazione o ampliamento - avvenne l'anno seguente 1530. Fu eretta a curazia della Pieve di Bono il 1° settembre 1606.L'attuale edificio è invece il risultato dell'opera di ricostruzione condotta da maestranze comasche fra il 1739 ed il 1742. La nuova chiesa fu solennemente benedetta il 14 agosto 1746 e successivamente abbellita con affreschi di buona fattura sulla volta e sugli altari.

Fino al 1824 il sagrato accoglieva il cimitero della comunità. Ce lo ricorda ancor oggi una lapide posta sul muro perimetrale ai piedi della torre campanaria: «CIMITERO S. MICHELE ARCANGELO DELLA COMUNITA' DI LARDARO FINO AL 1824. A PERPETUA MEMORIA. L'AMMINISTRAZIONE COMUNALE. A(nno) D(omini) 1989». Il 13 gennaio del 1825 venne invece inaugurato il nuovo cimitero alla periferia del centro abitato con la sepoltura di Stefano Grotti di anni 83.

Nel 1869 si ha notizia di un pericoloso incendio che danneggiò notevolmente la sacrestia. Nel corso della prima guerra mondiale la chiesa subì ingenti danni, valutati nel 1919 in 88.000 lire italiane, pari a 40.000 corone austriache. Gli affreschi tardo settecenteschi della volta e degli altari furono poi restaurati dalla Sovrintendenza di Trento e Bolzano fra il 1919 ed il 1920. Anche il vecchio organo fu distrutto dai bombardamenti italiani. Esso era stato costruito nel 1850 dalla ditta G. Alghisio da Fonte Lezza (Como) ed era costato la somma di 1.145,50 fiorini (altri 612,56 furono spesi per la cantoria). Nel 1929 venne sostituito da uno nuovo della ditta Vincenzo Mascioni di Cuvio (Varese) con un costo complessivo di 43.898,20 lire. Merita di essere qui ricordato che per trovare il denaro necessario a saldare il debito contratto con il Mascioni, nel 1931 il parroco don Decimosecondo Ricca emigrò volontario in Argentina. Realizzato dopo lunghi anni il suo nobile scopo, mentre era ansioso dì tornare in patria fu invece bloccato dallo scoppio della seconda guerra mondiale a Tandil in Argentina, dove morì il 24 aprile 1945.

La chiesa di S. Michele fu eretta a parrocchia il 28 settembre 1912 e nel 1969 fu adeguata alle nuove norme liturgiche del Concilio ecumenico Vaticano II.

Nel corso dei secoli la chiesa fu amministrata con zelo da una lunga serie di curati e di parroci che via via la resero sempre più bella e consona alla sua funzione di luogo del culto della comunità. Ma all'abbellimento dei suoi altari, alla decorazione della sua struttura ed all'arricchimento delle suppellettili liturgiche si adoperò anche una lunga serie di massari, veri e propri amministratori dei beni della chiesa gelosamente custoditi. A tale proposito ci basti un solo esempio.

Il 18 ottobre 1544 il sindaco generale della Pieve, ser Filippo I Filippi da Praso, emanò una sentenza arbitrale nella lite fra i massari della chiesa di Lardare e certo Giovanni Giovannini da Agrone, aggiudicando a quella una servitù di passo per i prati di Bondaione. Ma un profondo spirito religioso animava la stessa Amministrazione Comunale, che nulla lasciava intentato per meglio giovare agli interessi della chiesa.

E' il caso ad esempio del 13 novembre 1588, quando i sindaci Stefano Monte fu Giacomo ed Antonio Bella fu Lorenzo vendettero a Giampaolo Monte fu Francesco un edificio «drio la casa che era del quondam Michel del Grotto», riservando al comune «un revolto» a pianterreno, verso un canone d'affitto di 20 scudi, per il pasto che i vicini erano soliti fare nella casa dell'acquirente in occasione delle Rogazioni.

Che poi la comunità di Lardaro vanti profonde radici nella fede cristiana è dimostrato dal fatto che da essa uscirono nel corso dei secoli numerose vocazioni sacerdotali e religiose. Elenchiamo qui di seguito i sacerdoti ed i religiosi nativi di Lardaro di cui si è conservata memoria, indicando per ciascuno l'anno o gli anni in cui si trovano documentati:

Don Martino Martinelli, curato di Cavedine nel 1572 e 1573;

Don Apollonio Grotti, curato di Lardaro negli anni 1606, 1626, 1656 e 1637;

Don Antonio Grotti, che nel 1626 rivestiva la carica di cappellano di Lardaro ed abitava nella casa comunale;

Don Francesco Guariento Grotti, curato di Lardaro dal 1709 al 1759;

Don Giacomo Bella, curato di Agrone nel 1762;

Don Tommaso Felice Bella, morto il 27 marzo 1768 all'età di 68 anni;

Don Giacomo Martinelli, curato di Lardaro dal 1772 al  1773, primissario nel  1793 a 68 anni e morto il 24 aprile  1807;

Don Paride Bianchi, vivente prima del 1779;

Don Gian Michele o Michele Bella, curato di Bersene nel  1762 e di Lardaro dal  1773 al 1775;

Don Rocco Martinelli, curato di Lardaro nel 1783 e 1785;

Don Carlo Martinelli,  curato della chiesa di S. Faustino di Ragoli nel 1789 a 34 anni;

Don  Giovanni  Battista Grotti,  morto il  13  luglio 1800 a 98 anni;

Don Giovanni Battista Martinelli, curato di Tiarno di Sopra nel  1789,  nel  1793 e infine nel 1803 a 54 anni d'età;

Don Antonio Martinelli, curato di Daone nel 1803 a 50 anni di età;

Don Francesco Bella, curato di Lardaro dal 1812 al  1845 e morto il  19 febbraio  1846 a 62 anni d'età;

Don Daniele Martinelli, morto il 15 gennaio 1848 a soli 25 anni;

Don Luigi Monte, morto il 3 gennaio  1895.

 

Oltre a questi sacerdoti, lo storese Padre Cipriano Gnesotti ci ricorda anche un paio di religiosi nativi di Lardaro, entrambi frati cappuccini e suoi confratelli.

Chierico Ludovico Martinelli,

al secolo Battista fu Pietro, del quale lo Gnesotti nelle sue «Memorie delle Giudicarle» non si limita a riferire la morte, avvenuta a Vestone il 6 gennaio 1743 a soli 25 anni, ma aggiunge «in ottimo odore di probità particolare». Di costui tesse poi il seguente elogio: «Alla innocente sua vita, riputata di costumi angelici, accoppiò una continua mortificazione ed instancabile pazienza. Molti giorni prima di morire non parlava che dell'amor di Dio e del paradiso. Sorpreso dalla malattia, per desiderio di partire non manifestata, avvertita poi dal Superiore, fu visitato dal medico Comparoni, ma giunta era all'eccesso; onde nel terzo dì spirò dopo ricevuti i sacramenti, con alzati gli occhi e mani al cielo, dicendo a chiara voce: "Oh Madre Santissima, conducetemi in paradiso!", ed abbassate le mani e capo, tosto placidamente spirò».

Padre Francesco Grotti, che morì nel convento di Brescia nel  1753.

Inoltre, a conclusione di questi brevi cenni relativi alla chiesa di S. Michele, ritengo utile ricordare i nomi dei curati e dei parroci di cui si è trovata documentazione, con l'anno o gli anni in cui operarono a Lardaro:

1606,  1626,  1636-1637 - Don Apollonio Grotti di Lardaro, curato;

1626 - Don Antonio Grotti di Lardaro, cappellano;

1709 -  1759 Don Francesco Guariento Grotti di Lardaro; 1763 - Don Bartolomeo Pellizzari;

1772 -  1773 Don Giacomo Martinelli di Lardaro;

1773 - 1775 Don Gian Michele o Michele Bella di Lardaro;

1783 - 1785 Don Rocco Martinelli di Lardaro;

1789 e  1793 - Don Pietro Vedi di Fisto (Spiazzo Rendena);

1803 - Don Gregorio Oliana di Roncone;

1812 - 1845 Don Francesco Bella di Lardaro;

1851  - Don Luigi Baldracchi;

1858 - Don Stefano Belli di Condino;

1912 - Don Santo Orlandi;

1912 - 1931: Don Decimosecondo Ricca di Godenzo (Lomaso). Giunto a Lardaro col titolo di curato il 19 ottobre 1912, ne assunse quello di parroco il 6 aprile  1913 dopo l'erezione della chiesa di S. Michele Arcangelo a parrocchia in data 28 settembre 1912;

1931  - Don Vigilie Vidi di Pinzolo;

1931 - Don Leone Serafini di Bleggio;

1931  - 1934 Don Gerolamo Perugini di Piago;

1934 - 1937 Don Leone Serafini di Bleggio;

1937 - Don Carlo Calliari di Favrio (Fiavè);

1937 - 1950 Don Mario Dorigatti di Ceole (Arco);

1950 - 1953 Don Carlo Calliari di Favrio (Fiavè);

1953 - 1969 Don Vigilie Rigotti di Ranzo (Vezzano);

1969 - 1972 Don Cristoforo Bonomini di Storo;

1972 - 1976 Don Bruno Armanini dì Storo;

1976 -  1978 Don Aldo Pizzolli di Tuenno;

1978 - 1985 Don Vinicio Mussi di Roncone;

1985 - 1988 Padre Pietro Oliana S.J. di Roncone;

1988 - 1989 Don Enzo Biasioni di Vigolo Vattaro;

1988 - Don Bruno Ambrosi di Pergine.

Merita infine un breve cenno anche la figura di un laico benemerito della chiesa di Lardaro. Una nota comunale del 1858 ricorda infatti che l’«ottimo compatriota» Signor Pier Luigi Apolloni, professore a Cremona, aveva donato alla chiesa una statua della Madonna del SS.mo Rosario e pertanto ne progettava un'adeguata sistemazione sull’omonimo altare. Fra gli altri vi lavorò anche il "pittore" Carlo Trivella e le spese del restauro cominciarono a salire. Partecipata alla comunità la generosità dell'Apolloni, il curato don Stefano Belli ed il sindaco della fabbriceria della chiesa, Giovanni Michele Monte, raccolsero offerte per la somma di 66.52 fiorini.

Ma l'opera superò tale cifra di ben 40.29 fiorini. Essi presentarono allora istanza al Comune perché volesse concorrere al saldo dell'opera.

 

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Cenni storici

L'intitolazione dell'edificio sacro di Lardaro all'Arcangelo Michele farebbe supporre un'origine molto antica della chiesa, in quanto San Michele era il patrono della corte longobarda. E' interessante notare che la stessa dedicazione si riscontra anche nella chiesa vecchia di Darzo: Darzo e Lardaro sono situati ai due opposti imbocchi della valle del Chiese, in posizione strategica, quindi in passato potrebbero aver rivestito un importante ruolo di difesa del territorio. Mancano tuttavia i riscontri documentari e archeologici che possano far risalire l'origine delle due chiese all'epoca longobarda.

La chiesa di Lardaro viene nominata per la prima volta in un documento datato 7 aprile 1500, fu una cappella dipendente della Pieve di Bono fino al 1 ° settembre 1606, quando la comunità di Lardaro (dal 1560 autonoma rispetto a Roncone) ottenne l'erezione della chiesa in curazia. La chiesa divenne infine parrocchia nel 1912.

La struttura esterna

La chiesa deve i! suo attuale aspetto ai lavori di ricostruzione eseguiti tra il 1739 e il 1742 da maestranze comasche; l'edificio in origine aveva dimensioni minori e presumibilmente era orientato verso est (ora verso nord). Il campanile sorge in posizione isolata, di fronte alla facciata, sulla costa rocciosa che fiancheggia il lato orientale della chiesa. Il sagrato fino al 1824 ospitava il cimitero.

L'apparato pittorico

L'interno dell'edificio è decorato da pitture murali eseguite nel tardo Settecento: tali pitture sono presenti sulle volte della navata e del presbiterio e sui sopra-altari, al posto delle tradizionali pale dipinte su tela. In seguito ai danni provocati dai bombardamenti durante la Prima Guerra Mondiale, la decorazione pittorica venne restaurata tra il 1919 e il 1920.

Sulle volte del presbiterio sono raffigurate la Crocifissione, la Trinità e l'Arcangelo Michele, mentre sulle volte della navata sono presenti l'Annunciazione, la Natività, la Resurrezione, la Pentecoste e quattro angeli musicanti. Da notare, nella scena della Resurrezione, le fattezze di un volto dipinto sulla manica della veste del soldato addormentato sul sepolcro, probabile autoritratto del pittore.

Gli arredi

II dipinto murale dell'altare maggiore raffigura San Michele, San Giovanni Battista e la Madonna in gloria; anche l'altare laterale di Sant'Antonio da Padova e San Giovanni Nepomuceno presenta pala dipinta su muro, mentre quello di San Rocco e San Carlo dispone di un olio su tela, in parte lacunoso. La cappella della Madonna del Rosario ospita una statua lignea della Vergine col Bambino donata ne! 1850 dal lardarese Gian Luigi Appoloni, professore a Cremona. In occasione del dono la comunità di Lardaro raccolse dei fondi per restaurare la cappella e collocarvi dignitosamente la statua; i lavori vennero eseguiti dal pittore Carlo Trivella. Da notare che la cappella e l'altare del Rosario nella chiesa di Lardaro, e relativa confraternita, sono documentati già nel 1615.

L'attuale organo, opera della ditta varesina Mascioni, risale al 1929 in quanto lo strumento preesistente era andato distrutto durante i bombardamenti della Grande Guerra. L'organo precedente era stato realizzato nel 1850 dalla ditta comasca Alghisio (la medesima dell'attuale organo di Roncone).

Tra gli arredi della chiesa si nota il pulpito, decorato da intagli lignei vegetali dorati, al cui centro campeggia San Giovanni Evangelista; particolare insolito del pulpito è il trompe l'oeil costituito da un finto braccio sporgente dal bordo che impugna un crocifisso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Degni di nota sono la pila dell'acquasanta e il fonte battesimale: la prima, con fusto a colonna e basamento scolpiti in marmo bianco, porta incisa l'anno 1702 sulla base, mentre il secondo reca un'iscrizione frammentaria in cui viene riportata l'epoca di ottenimento del fonte, 1664.

Le balaustre lignee

L'arredo più interessante della chiesa di Lardaro è costituito dalle due balaustre lignee, oggi reimpiegate come sostegno della mensa dell'altare maggiore in seguito all'adeguamento dell'edificio alle norme imposte dal Concilio Vaticano II nel 1969. Le balaustre, arricchite da telamoni e cariatidi, presentano basi con riquadri intagliati raffiguranti vari soggetti. 

 

 

 

 

 

 

 

 

Si possono riconoscere elementi vegetali, reali e non (un grappolo d'uva, un vaso di fiori, fogliami decorativi, un mazzo di frutta, un fitomorfo), animali (un cane dalla cui bocca esce un germoglio, una volpe o un lupo rivolto verso un volatile, forse un gallo, un insolito uccello, un leone rampante) sacri e mitologici (un calice con l'Eucarestia e un satiro) una torre merlata.

La presenza del leone rampante è stata interpretata come un'allusione allo stemma araldico dei conti Lodron, che avevano dei possedimenti nel territorio di Lardaro8 Quest'ipotesi tuttavia non sembra attendibile in quanto il leone blasonato delia famiglia Lodron è rivolto a sinistra col muso frontale, mentre nella balaustra il leone rampante è di profilo e rivolto verso destra. L'elemento più caratterizzante dello stemma Lodron è infine la coda del leone, intrecciata nel cosiddetto nodo d'amore (a forma di 8) caratteristica non riscontrabile nel leone di Lardaro.

Le due balaustre, presentando parti lignee intagliate, sono state attribuite senza alcun fondamento al ronconese Giambattista Poiana. Oltre al fatto che di quest'autore, ritenuto a lungo ed erroneamente l'artefice della cassa d'organo e della cantoria della chiesa di Santo Stefano a Roncone (sulla cassa d'organo e la cantoria di Roncone) non si conoscono opere certe, è l'analisi dello stile a dirimere la questione. Dal punto di vista stilistico infatti le balaustre di Lardaro presentano forti analogie con la struttura dei pulpiti delle chiese di Spiazzo e Pinzolo. A tal proposito è significativo il confronto tra le cariatidi delle varie opere. La critica, data i due pulpiti entro il primo ventennio dei Seicento, mentre le balaustre, per la conduzione dei particolari decorativi, arricchiti da elementi fitomorfici, sarebbero di poco successive. Anche il dato cronologico smentisce quindi l'attribuzione al Poiana, morto nel 1700. Le opere lignee di Pinzolo, Spiazzo e Lardaro sono dunque opera di un'anonima bottega, plausibilmente locale, operante nelle Giudicane.

Con ogni probabilità le figure scolpite sulle basi delle balaustre di Lardaro seguono un preciso programma iconografico, in cui il sacro si mescola al profano, il reale alla fantasia, l'animate ai vegetale. Purtroppo oggi, complici anche rimaneggiamenti e sostituzioni, il significato della maggior parte di queste figure ci sfugge.

 

BIBLIOGRAFIA (per le ricerche di Serena Bugna)

  • Archivio parrocchiale di Lardaro - Archivio comunale di Lardaro (Pergamene n. 9 giugno 1615 - Antiche carte n. 34, 18 febbraio 1858)
  • Beppino Agostini,  La Pieve di Condino: vicende storiche e catalogazione del patrimonio artistico nel V centenario della ricostruzione, Storo 1995 (p. 27)
  • Franco Bianchini e Luciano Eccher, Immagini da salvare, Trento 1995 (pp. 27, 28, 92, 89, 94-95,
  • Planano Menapace, Gli apparati lignei, in I Madruzzo e L'Europa, catalogo della mostra di Trento e Riva del Garda 10 luglio-31 ottobre 1993, a cura di L Dal Prà (pp. 416-418, 432, 433)
  • Scultura in Trentino: il Seicento e il Settecento, vol. I-II, a cura di Andrea Bacchi e Luciana Giacomelli, Trento 2003 (p. 531 e pp. segg. – p. 550)
         

 

 

 

LA CHIESA DI LARDARO NELLA STORIA

ricerca di Remo Bella

- febbraio 2013 - 

 

 

Lardèr o Grotta come veniva chiamata questa villa della Pieve di Bono, ha avuto una storia che si è sviluppata all’interno di tale comunità amministrativa e religiosa già dagli albori del nuovo millennio.

Come noto  a capo della Pieve stava il pievano, su investitura vescovile, che  era accanito difensore delle sue prerogative, come riscuotere le decime sui raccolti, il diritto di battezzare i neonati, di celebrare matrimoni e funerali. Inoltre, prima per tutte le funzioni liturgiche, poi solo  per  le feste più importanti del calendario, bisognava recarsi nella chiesa matrice di Santa Giustina, che per secoli è stata l’unica Chiesa ove si celebrava il culto divino sull’intero territorio da Roncone a Cologna.

  

Solo in un secondo momento le varie comunità, a cominciare dalle più lontane, ottennero un proprio curatore di anime, ma sempre dipendente dal pievano, al quale spettava di regola una percentuale sui cosiddetti diritti di stola, ossia sulle offerte in occasione di battesimi, matrimoni, funerali od altro, come pure la conservazione della facoltà di riscuotere le decime, pur riservandone una parte al mantenimento del suddetto sacerdote.

     

Anche Lardaro  un po’ alla volta riuscì ad ottenere qualche diritto, in primo luogo di  celebrare la S. Messa nella Chiesa locale e poi  di fare i funerali e seppellire i propri morti nel suo cimitero antistante la chiesa, senza doverli portare alla pieve. Verso la fine del Cinquecento gli obiti venivano fatti ancora nella Chiesa pievana ma, a Seicento inoltrato, come ad esempio nel 1682, sicuramente a Lardaro nel cimitero di S. Michele A., anche se il primo  registro dei morti inizia con il 1698.

Considerando che tutti gli abitanti delle varie ville dovevano contribuire a sostenere la Chiesa madre, era evidente che non potessero spendere più di tanto per analoghi luoghi di culto nelle proprie sedi. Questi pertanto, più che vere e proprie chiese, erano delle cappelle ove officiava un cappellano che doveva venire appositamente dalla pieve, in quanto risiedeva là come aiutante del pievano.

Il fatto che il sacro edificio qui a Lardaro fosse dedicato all’Arcangelo Michele, un santo caro alla nobiltà sia longobarda che carolingia, fa supporre che sia molto antico. Forse non sarà casuale che anche presso il tempietto di San Giovanni Battista, posto in fondo al paese, sia raffigurato, nella nicchia a sud,  il trionfo di San  Michele A. sulla bestia, ossia la lotta di un arcangelo armato  che trafigge con la sua lancia il diavolo. Proprio lì vicino sorgeva un palazzo dei conti Lodron, esistente ancora nel corso del Cinquecento, per cui è credibile un nesso tra le due presenze del Santo nel medesimo paese, considerando che bisogna recarsi fino a Darzo per trovare un’altra chiesa dedicata allo stesso patrono.

San Michele A. è venerato liturgicamente dalla Chiesa il 29 settembre. La Sacra Scrittura lo chiama “uno dei primi principi” (Dn 10,13) e ne fa il condottiero delle milizie celesti nella battaglia contro le forze dell’Inferno (Ap 12,7); per tali  caratteristiche si spiega la predilezione della nobiltà per questo Santo. Stabilita l’esistenza di una cappella dedicata a San Michele Arcangelo già nel Medioevo, probabilmente nel XII secolo, questa risulta ampliata nei primi anni del Cinquecento, quando assume le caratteristiche di una vera Chiesa, dotata oltre che di un altare maggiore, di due altari laterali. Si trova citato tale edificio nel 1500 e nel 1529, in riferimento all’acquisto della campana di “S. Michael di Lardaro”; nel 1530 fu riconsacrato.

Il 1° settembre 1606 la Chiesa di San Michele A. diventò curazia dipendente nell’ambito della stessa Pieve di S. Giustina. Da allora in poi esistette sempre come stazione di cura d’anime. Probabilmente il primo curato fu Don Apollonio Grotti, figlio di Battista, in base alla considerazione che lo era nel 1610. Ritroviamo lo stesso negli anni successivi fino al 1645, ma nel 1650 viene citato come defunto.

Sappiamo che in quel periodo (1630) in chiesa vi era già l’altare di S. Rocco, la cui festa a Lardaro era più antica, come quello della Madonna del SS. Rosario, di cui vi era già la confraternita, approvata nel 1615, con il suo altare. Ricordiamo che il culto per il taumaturgo nato a Montpellier all’incirca nel 1350, la cui esistenza fu tutta al servizio degli appestati, si diffuse sicuramente a partire dal sec. XV. Nei confronti di questa figura si nutriva un’ autentica devozione anche perché, in occasione di varie epidemie, la comunità di Lardaro poté sperimentare l’efficacia della sua intercessione.

Fu probabilmente in seguito alla peste del 1630 che l’altare di S. Rocco venne provvisto della splendida pala restaurata nel 1991, raffigurante i Santi Rocco e Borromeo, entrambi protettori contro le epidemie, specialmente le pestilenze, nonché la Madre Celeste in gloria, ai quali si fa riferimento in un documento del 1630.

San Carlo Borromeo, nipote di Papa Pio IV, nato a Arona nel 1538, fu vescovo e cardinale diacono a soli ventidue anni, ebbe diversi incarichi curiali, fu protagonista di primordine durante le sessioni del Concilio di Trento. Pastore zelante a Milano per 24 anni, fu prodigo persino della sua vita, come in occasione della peste del 1576-77, detta appunto di San Carlo, durante la quale si distinse per l’aiuto ai malati.

Il 24 novembre 1636 fu concesso alla Chiesa di Lardaro dal pievano Don Domenico Baldrachi il SS. Sacramento, mentre era curato Don Apollonio Grotti. Questo sacerdote era un uomo capace e intraprendente, che compare in molti atti di interesse locale tra il 1610 e il 1645. In detto periodo non si trovano nominativi di altri preti qui operanti. Questa precisazione serve a sfatare la presunta esistenza di un “… praesbiter dominus Antonius Grotti de Lardario pro tempore capellanus dicti loci” che comparirebbe in un documento dd. 2 luglio 1626 ora scomparso, ma riportato nel Regesto cronologico delle pergamene dell’Archivio comunale di Lardaro dal Dr. Silvestro Valenti. Questo studioso probabilmente lesse “Antonio” al posto di “ Apollonio”.  In effetti tale curato Antonio non compare nel vecchio elenco dei “curator d’anime” di questo paese, redatto da Don Luigi Baldrachi e nell’aggiornamento qui curato non è stato inserito per detta motivazione.

Il 26 aprile 1664 la curazia ebbe la licenza di tenere il Sacro Fonte, lo stesso tuttora esistente nell’angolo di sinistra entrando, sormontato dalla statua di S. Giovanni Battista, dal parroco Don Domenico Giovanni Rizzonelli, nativo di Roncone, mentre era curato locale Don Tommaso Chiodarolo (1658-1697). Fu lui a dare inizio al primo registro del battezzati (vol. n°1 dal 1665 al 1788) e dei matrimoni (1658-1820). Nel 1851 il falegname Martino Castellini fece una nuova coperta in legno di noce al battistero. Sempre in fondo alla Chiesa c’è la bella pila marmorea dell’acqua santa  riportante la data “1702”, che rispetto ad una prima collocazione, è stata spostata avanti.

Dal 1709 al 1759 fu curato  Don  Francesco Guariento Grotti di Lardaro e proprio  durante la permanenza di questo Sacerdote e probabilmente per sua iniziativa, la Chiesa vecchia fu rifatta e ampliata in stile detto “Bianchi”, peculiare del tardo barocco (lunga metri 28 e larga metri 9, con capienza di 250-300 persone) col denaro e col concorso del popolo, da maestranze comasche tra il 1738 e il 1742.

“L’anno 1738 si scavò presso il campanile recuperando sassi in quantità con animo di rifare la chiesa vecchia. L’anno 1739 il 20 maggio si gettò la prima pietra del coro e a S. Michele fu fatta "tutta la muraglia et anco il coperto del coro”.  Da queste e altre citazioni si potrebbe dedurre che l’abside fu costruita all’esterno della vecchia chiesa e che i sassi furono scavati sul retro della stessa verso il campanile, il quale prima doveva risultare ancora più distante. La posizione delle pietre tombali anteriori al rifacimento fa supporre che la direzione della vecchia chiesa sia stata orientata   a nord- sud, dato che è difficile pensare che dei sacerdoti nativi del paese, e ve ne erano diversi in quel periodo, avessero consentito di mettere mano alle tombe dei confratelli sepolti in Chiesa, anche di recente, come Don Andrea Martinelli nel 1724.

Ai due vecchi altari ne vennero aggiunti due nuovi: uno denominato “di S. Antonio da Padova e di S. Giovanni Nepomuceno”, martire boemo del 1300, con relativa pala su muro ove è rappresentato Cristo in gloria con i due Santi, altare che veniva anche citato singolarmente con l’appellativo di uno dei due, l’altro “della B.V. della Pietà”, come testimoniato da Sacerdoti locali coevi alla costruzione degli stessi. Da 40 anni o poco più nella nicchia del medesimo altare è situata la statua di S. Giuseppe (in precedenza sopra una mensola nell’angolo destro dello stesso) prima vi era il simulacro della Madonna del Carmine che indossava delle vesti di seta. Un vetro su telaio in legno copriva la nicchia. In tempi recenti detto altare è stato chiamato anche di S. Anna, ma si suppone senza fondamento, perché non ci sono altri riscontri. Sulle lesene laterali compaiono le immagini di S. Lucia e di S. Apollonia. Nell’ovale in alto c’è una scritta latina che significa “Chi potrà far sì che mi sia dato ciò che chiedo e Dio mi conceda ciò che desidero?” (Giobbe, 6).

Sulle lesene laterali del primo altare a destra sono raffigurate invece le immagini di S. Antonio Abate e di S. Caterina. A sinistra, nell’angolo su una mensola, vi era una statua di S. Antonio da Padova, poi collocata nella nicchia posta sopra il pulpito. Nell’ovale in alto c’è un’invocazione latina che significa “O nostro protettore rivolgiti a noi e fissa lo sguardo nel volto del tuo Cristo” (Salmo 63, versetto 9).

Nella nicchia sopra la porta laterale (la “porta dei omei”) vi è un Crocifisso, ai cui piedi vi erano due angeli. Sul basamento è riportata la scritta “Noi predichiamo Cristo crocifisso” (I Lettera ai Corinti, I, 23).

  

La Chiesa venne consacrata il 14 agosto 1746. Presenta un agile portale barocco, restaurato o rifatto in parte dopo la Grande Guerra ed è affiancata dal campanile a torre in stile lombardo, tipico della Valle del Chiese; il manto di copertura è in coppi di cotto.

E’ probabile che il pavimento in origine fosse di terra battuta come è tuttora sotto i banchi e che solo nei primi anni del Novecento siano state messe le piastrelle, costituite da lastre di cemento verniciate; quelle rotte sono state sostituite nel 2012, in occasione del restauro.

 

Sul presbiterio erano state messe piastre di marmo, ma nella zona retro-altare erano posizionate delle mattonelle di cotto, come si può vedere anche oggi. L’accesso era transennato da una pregiata balaustrata antica in legno, scolpita con figure di bella fattura, di cui si ignora l’autore.

    

La Chiesa, poco dopo l’ampliamento, fu decorata e ornata di pitture sulla volta e sugli altari, rappresentanti la storia della salvezza, una Bibbia per i poveri onde anche gli analfabeti potessero apprendere visivamente i cardini della Religione cattolica attraverso le  raffigurazioni sacre: la Pentecoste (discesa dello Spirito Santo su Maria e gli Apostoli congregati nel Cenacolo - sopra la cantoria), gli Angeli musicanti, la Natività (adorazione dei pastori), S. Michele A. (sulla volta della navata), l’Annunciazione (Maria e l’angelo Gabriele), la S. Trinità, la Crocifissione (l’Addolorata e Giovanni Evangelista) e la Resurrezione.

Dietro l’altare maggiore, sulla parete di fondo dell’abside, è posta la pala con raffigurato il trionfo di San Michele Arcangelo che schiaccia il demonio, S. Giovanni Battista a lato e la Madonna in gloria che li sovrasta entrambi. Nell’ovale in alto c’è una scritta latina che recita: “Torre di fortezza dedicata al principe della milizia celeste”. Affiancano detto affresco le raffigurazioni dei Santi Vigilio e Martino.

Dal 1812 al 1845 fu curato Don Francesco Bella di Lardaro. All’iniziativa e guida di quest’ultimo si deve la Festa delle Sante Reliquie (Santi Martiri) ricorrente il 12 maggio, voluta dal popolo per voto in ringraziamento della liberazione dall’epidemia di tifo petecchiale del 1814-1815 e riconfermata nel 1836 a motivo del colera. Tale festa ora viene ricordata solo dagli anziani. Al mattino si celebrava la S. Messa solenne e nel pomeriggio si faceva la processione attorno al paese, portando le Sante Reliquie che si conservavano in questa Chiesa, esposte in apposito trono portatile (Santi Pietro e Paolo, S. Agata, S. Rocco, S. Lucia, S. Antonio abate, S. Antonio da Padova, S. Francesco d’Assisi, S. Luigi Gonzaga, S. Amedeo e la reliquia della S. Croce che si porta tuttora nella processione della Madonna del Rosario).

Don Francesco inaugurò anche il nuovo cimitero a Presopio, dopo l’abbandono di quello davanti alla Chiesa nel 1824.

Tra le feste particolari che la comunità aveva voluto solennizzare in perpetuo nel corso dei secoli, ricordiamo quelle istituite in occasione della peste del 1630, motivate dal sentimento di sgomento e impotenza che dominava la popolazione: S. Rocco al 16 agosto, tre feste della Madre di Dio, cioè la Visitazione di  M.V. al 2 luglio, la festa della Neve, ossia S. Maria della Neve al 5 agosto e la Concezione all’8 dicembre, nonché la festa di S. Carlo Borromeo al 4 novembre e della Santa Croce al 14 settembre.

Ab immemorabili si celebrava pure con solennità la Festa del S. Rosario, durante la quale si portava in processione il Simulacro di Maria SS. venerato sotto quel titolo e quella di San Michele Arcangelo. Queste ultime, come pure la Festa dei Santi Martiri, erano le celebrazioni maggiormente sentite e solennizzate dalla partecipazione di numeroso clero.  

Molte di queste ricorrenze caddero in oblio, solo alcune rimasero costanti nei secoli, ma vennero via via trascurate a partire dalla prima metà del Novecento, in ordine temporale  S. Rocco, San Michele Arcangelo e i Santi Martiri. Unica, tra tante, si è conservata fino ad oggi la Madonna del Rosario, compatrona.

Dal 1846 al 1852 fu curator d’anime Don Luigi Baldrachi della Pieve di Bono, il quale a decoro della Chiesa propose e realizzò l’impresa di un nuovo organo, acquistato dalla Ditta Giuseppe Alchisio fu Antonio di Lezza, distretto di Erba (Como) e della relativa cantoria (1850).

 Questa fu tinteggiata e fregiata al soffitto dal pittore Carlo Trivela di Creto, che nell’occasione aveva pitturato anche la parete di legno al suo ingresso e l’armadio opposto, nonché l’altare della Madonna del Rosario (1851). Probabilmente aveva affrescato anche i quindici misteri mariani che fanno da contorno alla nicchia. In quella circostanza venne qui ubicato un nuovo simulacro di Maria SS. del Rosario, acconciato con un abito - manto di seta a ricamo d’oro. Nell’esecuzione di queste due opere “…concorsero con generose offerte i buoni curaziani di Lardaro tutti e ciascuno secondo le proprie forze,…”. La statua attuale della Madonna risale però al 1904.

Dall’8 marzo1852 al 1868 la comunità fu affidata a Don Stefano Belli di Condino, che il 13 luglio 1868 lasciò Lardaro per trasferirsi a Fontanedo, ove morì il 22 dicembre 1872. Durante la sua permanenza in paese, nel 1862, venne eretta la Confraternita del Santissimo Sacramento, maschile e femminile, aggregata a quella della Parrocchiale di Bono in Creto. In base allo statuto ai Confratelli era riservato il diritto di portare in processione in tutto il paese le Reliquie dei Santi Martiri e la Madonna del Rosario, uno dei due Crocifissi (l’altro era affidato alle Consorelle), le torce (4), il baldacchino (fino al 1922 quello antico e prezioso poi rubato in quell’anno e successivamente quello acquistato per sostituirlo), i fanalieri (lanterne in numero di 4) e i gonfaloni (4). Per inciso ricordo che anche in precedenza esistevano delle confraternite, infatti risulta dai documenti che nel 1630 ci fu, ad esempio, un lascito alla confraternita del SS. Rosario, nel 1760 alla confraternita di S. Rocco, nel 1762 alla confraternita del SS. Nome di Gesù.

Dal 1889 al 1894 fu curato Don Giovanni Contrini di Tavodo (Banale), che ottenne la dichiarazione di curazia indipendente e vendette la vecchia Via Crucis (1891). Tale Sacerdote morì di polmonite poco dopo, il 4 febbraio, in canonica, ancora giovane e venne sepolto poi a Tavodo, suo paese natale, dove ancora adesso si può vedere la tomba con la sua foto.

Successivamente, per interessamento del curato Don Luigi Gamba di Magasa (1898-1912), con decreto curiale n.° 2761 Benef., dd. 28 settembre 1912, firmato dal Vescovo Celestino Endrici e confermato dall’I.R. Luogotenenza d’Innsbruck in data 27 gennaio 1913 con nota N.° IV.375/4, si conferì il titolo di parrocchia alla curazia indipendente di Lardaro e il titolo di Parroco al curator d’anime. Così, in attuazione del citato decreto, l’ultimo curato, Don Decimosecondo Ricca di Godenzo (1912-1931), venne nominato parroco in data 11 febbraio 1913. Detto Sacerdote prese solenne possesso della neoeretta parrocchia il giorno 6 aprile 1913, alla presenza dei testimoni pregati, Barone Ermanno Handel Mazzetti e Achille Grotti, Capocomune, del delegato vescovile M.R. Don Donato Perli, parroco-decano di Tione, dell’attuario Sac.Vigilio Vidi, parroco di Roncone, e “di gran concorso di popolo”. I capifamiglia, che avevano l’uso di scegliere il curator d’anime, con conchiuso del 25 agosto 1912 rinunciarono in perpetuo a tale loro diritto in favore del Vescovo pro tempore di Trento, condizione questa indispensabile per elevare la curazia a parrocchia.

Precedentemente Don Luigi Gamba si era interessato, tra l’altro, per la sistemazione delle mura di cinta del cimitero, per l’erezione della nuova cappella e per l’acquisto della statua della Madonna del S. Rosario, tuttora presente. Ciò si evince dalla richiesta al R. Ordinariato in data 14 settembre 1904 di ottenere la facoltà di benedire il nuovo simulacro della Madonna del Rosario.

A Don Decimosecondo Ricca si deve il restauro della Chiesa, ritoccata anche nelle pitture, dopo i danni provocati dalla Grande Guerra e la sopraelevazione della sacrestia per eliminare l’umidità che danneggiava assai la struttura, come pure i paramenti sacri in essa collocati. La Chiesa restaurata fu inaugurata nell’ottobre 1920.

La figura di questo Sacerdote va però ricordata soprattutto per l’acquisto del nuovo e grandioso organo della ditta Vincenzo Mascioni di Cuvio (Varese), dotato di dodici registri reali su due tastiere di 58 tasti e pedaliera di 27, collaudato il 28 luglio 1929 e venuto a costare, tra annessi e connessi, circa 45.000 lire, di cui 21.600 pagate dal R. Governo per indennizzo dei danni di guerra. Don Ricca credeva di poter sostenere l’onere rimanente a mezzo di colletta, però, a causa della mancata parola di diversi che avevano promesso, l’obiettivo non fu raggiunto; anche la forte crisi economica di quegli anni ebbe un ruolo in tal senso. Per evitare che il paese fosse umiliato e deriso vedendosi portar via l’organo, il buon Sacerdote decise, a 60 anni compiuti, di accollarsi il debito non solo dell’organo, ma anche delle campane, per un saldo ulteriore pari a ben 2.630 lire. Non si contano le migliaia di lire che Don Decimosecondo aveva già speso di tasca sua per orologio da campanile, bracciali luce, portale maggiore, altari, coro, banchi nuovi, pianete, argenteria, ostensorio, un nuovo Crocifisso, ecc… . Tutti questi oggetti erano stati danneggiati o rubati nel corso degli eventi bellici.

Per inciso ricordo che l’altro artistico ostensorio era stato donato alla Chiesa dall’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono di Vienna, durante le Grandi Manovre Austriache delle Giudicarie dell’agosto 1912.

Per onorare i debiti, Don Ricca progettò quindi di recarsi per un periodo di tre anni in Argentina, Paese ove aveva già soggiornato per motivi familiari dall’aprile all’ottobre del 1922, periodo in cui era stato sostituito dal Padre cappuccino Benedetto Brunner. La trasferta gli aveva fruttato la bellezza di 8.000 lire in soli quattro mesi, guadagnate unicamente con la celebrazione delle SS. Messe. La speranza di ripetere la fruttuosa esperienza fu purtroppo delusa, forse perchè il Sacerdote non valutò a fondo che la crisi economica iniziata nel 1929 negli Stati Uniti con il crollo di Wall Street, sede della borsa di New York, era arrivata anche in Sud America. Tuttavia riuscì a pagare i creditori, anche se dovette impiegare più tempo del previsto, come fanno fede in merito le pregnanti richieste di denaro e le pressioni a diverse personalità ecclesiastiche fatte dai creditori, che si protrassero anche negli anni seguenti.

Il vicario e poi parroco Don Vigilio Rigotti da Ranzo (1953-1969) durante la sua permanenza fece rifare le finestre e il portone principale della Chiesa, installare le porte interne con intelaiatura in larice, nonché applicare all’organo un elettroventilatore speciale con motore trifase, onde suonarlo senza il bisogno del tiramantici (1957).

Per la prima volta nella Chiesa venne installato un impianto di riscaldamento munito di un generatore di aria calda con bruciatore a nafta (1967); in quell’occasione venne eliminato il “confessionale degli uomini” sotto il pulpito e chiuso l’accesso allo stesso.

Don Vigilio cercò pure di adeguare l’interno della Chiesa alle innovazioni liturgiche volute dal Concilio e tolse le balaustre, utilizzandole a sostegno della mensa del nuovo altare, nonché spostò la Madonna del Carmine dalla nicchia ove venne poi collocata la statua di San Giuseppe. Nella stessa circostanza furono tolti anche i quadri del S. Cuore di Gesù (forse quello acquistato nel 1911, quando il vecchio fu venduto al sacrestano Giovanni Martinelli) e di S. Luigi Gonzaga. Tali opere furono rimesse anni dopo ai primitivi posti, cioè rispettivamente sotto la pala di S. Rocco e sull’altare di Sant’Antonio, ove rimasero fino a qualche mese fa. Detti cambiamenti e altri non eseguiti furono sollecitati dal Vescovo Mons. Gottardi e suscitarono grande stupore e sconcerto, soprattutto  nelle persone anziane più affezionate alla Chiesa.

Il parroco Don Bruno Armanini da Storo (1972-1975) progettò e realizzò il restauro dell’interno della Chiesa, ossia la tinteggiatura di tutta la superficie e l’intervento conservativo  degli affreschi, in parte rovinati per infiltrazioni d’acqua dal tetto.

 

Padre Pietro Oliana S.J., parroco nativo di Roncone (1985-1988), fece applicare i telebattenti alle campane, impostando una serie di melodie.

Don Enzo Biasioni da Bosentino (1988- 1989), già parroco di Roncone e poi anche di Lardaro, portò a compimento il rifacimento del nuovo tetto della Chiesa.

Subentrato come parroco di Lardaro e Roncone Don Bruno Ambrosi da Pergine (1989- 1998), vennero elettrificate le campane integrando il precedente sistema di suono e fu rifatto l’impianto elettrico.

Venendo a fatti  più recenti, nell’ottobre 2011 ha fatto il nuovo ingresso Don Celestino Riz da Campitello di Fassa. L’attuale parroco, ottenuto il finanziamento provinciale richiesto anni addietro dal suo predecessore Don Igor Michelini da Borgo Valsugana, ha espletato le pratiche per l’appalto e successivamente ha realizzato il restauro conservativo della pavimentazione interna della Chiesa e degli altari.

La lunga storia del sacro edificio di Lardaro si intreccia nel tempo con antiche pratiche devozionali, testimoniando l’attaccamento della nostra comunità ad una fede semplice e genuina, manifestata anche attraverso la cura degli addobbi e la ricerca di preziosità che vivificassero la Casa di Dio. Tra queste mura la nostra gente accorse in preghiera allorquando, in balia di temibili epidemie e affranta dal terrore della morte, affidò il suo destino all’intercessione dei protettori qui venerati.

Nella consapevolezza che la nostra esistenza si deve al fatto che le suppliche dei progenitori furono ascoltate, concludo che sia dovere di ognuno ricordare le festività istituite come impegno perpetuo, in ringraziamento per la salvezza ricevuta.

Con altrettanta convinzione faccio osservare che molti, religiosi e laici, si prodigarono nel corso dei secoli affinché la Chiesa di San Michele Arcangelo, unico monumento del nostro piccolo paese, fosse degnamente conservata e costantemente migliorata. Affidiamo quindi alle generazioni future il compito di perseverare nell’affezione a questo sacro luogo tra le cui mura si avvicendano i momenti più significativi della nostre esperienze personali e comunitarie.

 

 

Galleria foto: Parrocchia S. Michele Arcangelo (Lardaro)

Galleria foto di Monica Valentini

Galleria foto: Parrocchia S. Michele Arcangelo - I Capitelli

Galleria foto: Affreschi e Dipinti Murali