Parrocchia S. Stefano (Roncone)

Titolarità: CHIESA DI SANTO STEFANO

Autore: IGNOTO

Epoca: Origine XII – XIII secolo – attuale 1624 – Interventi 1654; 1736; 1778

 

(sintesi di testi vari, con integrazione di una scheda di rilevazione di Rossella Peretti e ricerca di Serena Bugna)

 

 

 

 

 

 

 

 

Descrizione e caratteristiche

La chiesa sorge in posizione elevata rispetto all’insieme del paese. La facciata fortemente verticalizzata suddivisa in sei riparti da quattro lesene (due orizzontali e due verticali) è sormontata da un timpano arcuato.

Il riparto centrale inferiore è quasi interamente occupato da un portale rinascimentale di legno intagliato opera di Paolo Amistadi, al sommo di una gradinata.

Il riparto sovrastante reca al centro una finestra ampia di stile romanico - barocco, mentre nei riparti laterali superiori sono poste due nicchie con le statue di S. Stefano e S. Vigilio. Ai lati della sommità del cimiero campeggiano due fiamme di marmo simbolo della fede e della speranza, in mezzo si eleva la croce, emblema della suprema .carità.

L'opera nel suo insieme richiama le chiese barocche di stile coloniale spagnolo e portoghese, indubbiamente non si intona molto con il paesaggio circostante.

Il campanile esisteva già nel 1221  al tempo della cappella, tra il 1636 e il 1640, venne costruito,  in granito, l'attuale. La merlatura risale però al 1854. Dopo varie vicissitudini vi furono issate cinque campane.

Interno fastoso, a navata unica, con due cappelle laterali che si aprono a circa metà navata, che ospitano gli altari di S. Antonio e S. Carlo. La navata e divisa in tre campate a crociera, decorate con medaglioni raffiguranti i santi: Pietro, Paolo, Vigilie, Cipriano, Giustina, Monica, Cecilia,  Agnese. Questi ed altri affreschi (prima delle cappelle laterali a destra vediamo l'Angelo custode in atto di proteggere l'infanzia, di fronte S. Filippo che insegna la Dottrina ai fanciulli; sopra le cappelle laterali distinguiamo a sinistra il Martirio di S. Stefano, di fronte altri santi martiri; sull'arco trionfale S. Lorenzo e S. Giuseppe con Bambino e un affresco a destra nel presbiterio che raffigura Gesù nell'orto degli ulivi) sono opera di Matteo Tevini eseguiti nel 1936.

Altri due altari sono posti al termine della navata. Prima dell'altare del S. Cuore a sinistra e posto sulla parete un Crocifisso affiancato dal pulpito.

II presbiterio è separato tramite  un amplissimo arco santo dal resto dell'edificio e la volta affrescata in stile rococò.

Sulla parete sinistra del presbiterio interessante tela.

L'altare maggiore è del 1770 di marmo di Rezzato, intarsiato con altri eleganti marmi, periodicamente vi vengono esposti candelabri e busti d'argento. Notevole la pala.

La Via Crucis è distribuita lungo le due pareti della navata.

Brevi notizie storiche

Fin da epoca immemorabile gli abitanti di Roncone erano legati alla Pieve di S. Giustina a Creto (la popolazione di Roncone costituiva quasi la metà dei fedeli della di S. Giustina).

Ci furono sempre problemi causa la distanza, soprattutto nei mesi invernali, si sentì perciò la necessità di avere a Roncone una cappella dove poter pregare.

 

 

 

 

 

 

 

La chiesa di Santo Stefano a Roncone è documentata per la prima volta nel 1221. Fece parte della Pieve di Bono come cappella dipendente, fino a quando la comunità di Roncone si rivolse direttamente alla Santa Sede per avere un proprio curatore d'anime.

Nel 1489 i Consoli della Comunità espressero decisa volontà di separazione al pievano Antonio de Amboni, che rifiutò seccamente. Tramite l'Ufficio Spirituale del Principe Vescovo di Trento la richiesta venne inoltrata al Pontefice, Innocenzo VIII, che raccomanda alla discrezione dei due canonici di Trento la soluzione del caso, manifestandosi però d'accordo con la richiesta dei ronconesi. Il pievano de Amboni rispose che non era assolutamente vero che qualcuno fosse morto senza sacramenti, che la strada era percorsa abitualmente da tutti i viandanti in tutti i tempi, e così di seguito. Il papa morì. Al nuovo papa il popolo ronconese inoltrò una nuova domanda, egli con Bolla del 1494 disponeva che la Comunità di Roncone venisse ecclesiasticamente separata dalla Pieve di S. Giustina.

Il giorno 4 maggio 1494 ci fu l'incontro tra le parti e la Cappella di S. Stefano venne riconosciuta Rettoria.

La chiesa antica venne ampliata nel corso del Cinquecento e furono aggiunti due altari (S. Lorenzo e S. Antonio) ma presto l'edificio si dimostrò inadeguato ad accogliere la crescente popolazione di Roncone. Questo fatto, e la decadenza che ormai gravava sulla vecchia chiesa, portò alla demolizione della struttura e alla sua completa ricostruzione tra il 1619 e il 1624: nel 1633 venne consacrata dal Principe Vescovo Madruzzo.

Trent'anni dopo, nel 1654, venne presa la decisione di allungare ulteriormente la navata come da progetto originale e anche la facciata venne nuovamente ricostruita. La struttura attuale, ad eccezione delle cappelle laterali aggiunte nella prima metà del Settecento e dell'abside prolungato nel 1778, corrisponde sostanzialmente a quella della chiesa secentesca, mentre al 1727 risale l'attuale sacrestia. Al suo fianco nel 1852 fu costruita una sala per le riunioni della Confraternita del Santissimo, sala detta "Sacrestia Nuova".

Anche gli arredi interni in buona parte risalgono al Seicento: tra questi spicca il maestoso complesso ligneo costituito dalla cassa dell'organo e dal parapetto della cantoria, messo in opera nell'ultimo quarto del secolo, probabilmente durante il rettorato di don Bortolo Bertoni (1681-1689).

Nel 1912 la Comunità rinunziò a favore del Vescovo alla nomina del Rettore, la chiesa di Santo Stefano fu insignita così del titolo di parrocchia.

Durante la guerra del '15-1’8 la chiesa fu colpita da tre granate che recarono danni alla cantoria e provocarono il crollo della volta della chiesa, con seri danni agli stucchi settecenteschi.

Tra il 1935 e il 1936 furono eseguiti i nuovi banchi in noce e fu posto lo zoccolo in cemento bianco misto a "spolverin" di Maggiasone.

Il 6 agosto 1979 avvenne il furto di otto statue lignee, raffiguranti angeli, appartenenti agli altari del XVII secolo.

 

SCHEDE STORICO ARTISTICHE
QUADRI DELLA CHIESA DI RONCONE

PALA DELL'ADORAZIONE

>> scheda storica redatta dalla Provincia Autonoma di Trento in revisione del restauro

>> scheda rilievo particolare del restauro

>> scheda tecnica redatta
in previsione del restauro

>> le fasi di restauro

>> la Pala restaurata esposta al Museo diocesiano


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

_______________________________________________________________

CASSA D'ORGANO E LA CANTORIA DELLA CHIESA

(ricerca e testo di Serena Bugna)

 

 

 

 

 

 

 

 

Cenni storici

Originariamente l'organo era collocato sul lato sinistro della chiesa, dove ora c'è il pulpito. Nel 1795 il vecchio organo venne sostituito e in quell'occasione venne cambiata anche l'ubicazione dello strumento: il nuovo organo venne infatti collocato in fondo alla chiesa, dove attualmente si trova.

Conseguentemente allo spostamento, il complesso ligneo venne rimaneggiato: i pannelli del parapetto, precedentemente articolati su tre lati, vennero spostati e disposti su un solo piano, per coprire tutta l'ampiezza dell'edificio. 

 

 

 

 

 

 

In tale occasione altri pannelli intagliati, provenienti da una cantoria che, nel presbiterio, faceva da contraltare all'organo, furono aggiunti a quelli esistenti per ottenere una maggiore estensione del parapetto. Nel corso dello stesso intervento la statua di Davide, posta sulla sommità della cassa, venne spostata in basso al centro del pontile.

Le figure scolpite seguono un preciso programma iconografico, che tende a connotare iconograficamente l'arredo: da notare in particolare la figura di Davide, cui tra l'altro sono attribuiti molti salmi, il quale secondo la Bibbia suona la cetra per tranquillizzare il re Saul (Samuele l. 14-23).

L'autore dell'opera

Per tradizione la cassa d'organo e la cantoria sono attribuiti al ronconese Giambattista Polana.

Nel suo testamento redatto nel 1692 (testamento rinvenuto da Silvio Lorenzi nel 1893) il faber lignarius Polana destinò parte dei suoi beni alla chiesa di Roncone per il mantenimento degli arredi lignei in opere di pittura, intaglio o doratura, istituendo così il Legato Intagliatore. Ciò ha fatto supporre che lo stesso Polana fosse l'autore degli arredi presenti nella chiesa, tra i quali la cassa d'organo e la cantoria.

In realtà non sono noti documenti che confermino la paternità dell'opera a Giambattista Polana, né si conoscono opere firmate o realizzate con sicurezza dallo stesso. L'unica notizia certa riguardo alla sua attività lo attesta a Mantova nel 1673 come garzone nella bottega degli intagliatori Lorenzo e Antonio Haili, originari di Fisto in Val Rendena.

In mancanza di documenti, è la questione di stile a dirimere la questione. Il restauratore Diego Voltolini ha notato delle affinità tra il complesso ronconese e la cassa dell'organo della chiesa dei Santi Faustino e Giovita a Sarezzo (Brescia), opera documentata dell'intagliatore bresciano Pietro Dossena, che lavorò nella chiesa tra il 1687 e i! 1698 circa. E' significativo a tal proposito il confronto tra l'Ercole saretino e quello ronconese. Pertanto si può concludere che Pietro Dossena sia l'autore della cassa d'organo e del parapetto della chiesa di Santo Stefano a Roncone.

Notizie su Giambattista Polana

La prima volta che il nome di Giambattista Polana appare nei documenti di Roncone è il suo inserimento nella confraternita di San Filippo Neri nel 1665. Considerando che l'affiliazione ad una confraternita di norma avveniva intorno ai 15 anni, si può ragionevolmente supporre che il Polana sia nato attorno alla metà del secolo.

Nel testamento del 1692, il Polana è definito falegname e intagliatore; altrove maestro e scultore; ma come già detto, l'unica notizia certa riguardo alla sua attività è la presenza a Mantova nel 1673 come garzone nella bottega di Antonio Haili.

Ad oggi infatti non sono note opere realizzate con sicurezza da Giambattista Polana; sappiamo che nella casa paterna del Polana era presente un soffitto intagliato rappresentante l'arca di Noè con animali, che venne però venduto a forestieri nella seconda metà dell'Ottocento; l'esterno della stessa casa era decorata da due mascheroni e da una cornice lignea composta da encarpi che racchiudeva un affresco, ma la casa, seriamente danneggiata dai bombardamenti durante la prima Guerra Mondiale, venne demolita, e con essa andarono distrutte tali opere (La casa fu poi ricostruita, e sulla stessa venne posta, attorno alla metà del Novecento un'epigrafe celebrativa dell'artista).

Silvio Lorenzi nel 1893 aveva proposto di ricondurre al Polana la cassa d'organo e la cantoria della chiesa di Roncone (opere ora attribuite con certezza a Pietro Dossena) e il vecchio armadio cassettone della sacrestia, decorato da intagli raffiguranti le quattro stagioni. L'armadio però, in cattivo stato di conservazione, venne venduto verso la fine del secolo 19°.

L'attribuzione avanzata dal Lorenzi si basava sulle informazioni contenute nel testamento del Polana ed era prudentemente formulata ed aperta a "prove per serietà superiori"; ma successivamente tale proposta attributiva è stata accettata senza riserve.

Da qui è nata una vera e propria montatura storiografica attorno alla figura di Giambattista Polana: a lui sono state attribuite, spesso senza alcun fondamento, varie opere lignee (oltre alla cassa d'organo, gli altari minori di Roncone, le balaustre di Lardare, l'altare di Carisolo...), nessuna delle quali però è riconducibile con certezza alla sua attività.

Questioni aperte

Da quanto detto, manca quindi un'opera capostipite grazie alla quale sarebbe forse possibile ricostruire il catalogo dell'artista. In realtà alcune opere documentate dell'artista potrebbero essere ancora esistenti, ma inedite. Alla morte dell'artista, avvenuta nel 1700 (sul luogo della morte si trovano informazioni discordanti: Roma e Mantova) venne redatto l'inventario dei suoi beni mobili ed immobili, con una nota dei debiti (Inventario del 23 settembre 1700 redatto dal notaio Bartolomeo Parolari di Brevine alla presenza dell'arciprete di Tione, Girolamo Carneri. Il testo, redatto in latino e in italiano, è pubblicato in Mussi).

Tra questi è da notare un debito nei confronti di un Giovanni Battista Salvadori "per viaggi fatti a Mantova", fatto che attesterebbe la continuità del legame fra il Polana (ivi documentato nel 1673) e la città lombarda, e quindi con la bottega di Antonio Haili (che vi rimase fino al 1692).

Ciò che maggiormente interessa in questa sede è la lista degli effetti personali presenti in casa dell'artista dopo la sua morte, tra i quali sono elencati, tra gli altri "una cassa di noce intagliata... un oratorio intagliato, una santa Lucia in statua indorata... un paro Angeli compiti, un altro paro con le trombete non compiti... una credenza intagliata, un tavolino con pedi intagliati... Nella bottega: quatro putini in statua nudi senza brazza".

Di questi effetti, all'arciprete Carneri andarono gli "angeli intieri", quelli incompiuti al notaio, mentre il tavolino fu destinato al Rettore di Roncone. Gli altri beni rimasero invece a Domenica Polana, nipote di Giambattista e, come previsto dal testamento, usufruttuaria degli stessi fino alla morte. Dopodiché i beni sarebbero passati alla chiesa di Santo Stefano di Roncone.

È naturale pensare che le opere d'intaglio inventariate siano opere autografe dello stesso Polana, come naturale pensare che qualcuna di esse, passate di proprietà alla chiesa, possa essere sopravvissuta fino ad oggi. Il pensiero va subito alla statua di Santa Lucia conservata nella chiesa della Disciplina.

Ulteriori approfondimenti e verifiche potrebbero dunque rivelare fondamentali informazioni sull'attività di Giambattista Polana e rappresentare quindi il punto di partenza per ricostruire il catalogo delle sue opere.

 

BIBLIOGRAFIA (per le ricerche di Serena Bugna)

-      Giovan Battista Bazzoli, Roncone nelle Giudicarle illustrato, Trento 1912 (pp.70, 72, 73-77, 105, 106, 108-110)

-      Santo Amistadi, La chiesa di S. Stefano in Roncone, Tione 1952 (pp.12-24, 35-43)

-      Scultura in Trentino: II Seicento e i! Settecento, vol I, a cu-II, a cura di Andrea Bacchi e Luciana Giacomelli, Trento 2003 (pp. 530, 531-535, 551 - edito in Mussi 2007, pp. 55-57).

-      Danilo Mussi, Giambattista Polana intagliatore di Roncone, Tione di Trento 2007(pp. 24, 29, 30, 55-56, 60-67, 69)

______________________________________________________________________________________________________________________

vedi anche:

"Rilevazione Artistico Religiosa" di Rossella Peretti

 

LA CHIESA DI RONCONE

(una ricerca di Emanuele Mussi)

- febbraio 2013 -

Fonti storiche

- “La chiesa di Santo Stefano in Roncone nelle sue secolari vicende” opuscolo edito da don Santo Amistadi nel 1952 per la raccolta di fondi destinati al rifacimento della facciata della chiesa  (altre fonti citate dallo stesso opuscolo: l’archivio storico di Roncone, l’archivio parrocchiale di Roncone, atti notarili dell’archivio di stato di Trento, memorie di P. Cipriano Gnesotti, opuscoli di G. Papaleoni e Silvestro Valenti, “Atti visitali" dell’archivio Arcivescovile e altri documenti del medesimo)

- Roncone nelle Giudicarie di G. B. Bazzoli 1912

- “Correndo l’anno del Signore” I, II, e III - riferimento alle pergamene dal 1200 al 15000 e atti cartacei che vanno dal 1600 al 1900

-   Scultura in Trentino il seicento e il settecento a cura di Bacchi e Giacomelli - Pat e Università di Trento 2003

- I Madruzzo e l’Europa - dalla PAT e Castello del Buonconsiglio 1993

 

Premesse storiche

Quando verso l’ottavo secolo si costituirono le sette Pievi che formavano le Giudicarie, Roncone apparteneva alla Pieve di Bono, che originariamente comprendeva tutti i paesi da Roncone a Cimego compresi Praso, Daone, Prezzo e Por. Detta Pieve resse unita sia negli affari civili, sia in quelli religiosi, fin verso il 1300.

 Il termine "Pieve" deriva dalla parola latina "Plebs" e stava ad indicare genericamente il “popolo” senza alcuna distinzione, civile e religiosa. Esistevano però istituzioni civili e religiose, ma il popolo era sempre lo stesso, capitava quindi che le une si confondessero con le altre e che la stessa regola discutesse di problemi civili e religiosi: la loro netta separazione avvenne in tempi non molto lontani da noi.

La Plebs Boni si era divisa in due Concili nei primi anni del 1300, causa gli interessi spesso contrastanti sull'uso dei pascoli e lo sfruttamento dei boschi: si formarono il Concilium a Reveglero Superius, cioè quello di Roncone, e il Concilium a Reveglero Inferius, cioè quello di Bono. Il confine fra i due Concili era il Rio Revegler.

Il concilio di Roncone da solo, costituiva circa la metà della popolazione della Pieve.

La più antica pergamena dell’archivio storico del Comune di Roncone, catalogata dal Rabenstainer alla fine del 1800, era proprio dell’anno 1200: la più antica di quelle esistenti è del 25 aprile del 1221.

Tratta del territorio di Pradibondo, di confini con le comunità vicine e si accenna ad usi in vigore da secoli. Questo sta a significare che le ville esistevano da tempo sul territorio. Infatti da quelle pergamene si scopre una comunità organizzata con malghe, con usi definiti antichi e con un territorio già completamente colonizzato, come si può dedurre dai toponimi che coprono l’intero territorio, con un linguaggio (dialetto) già simile a quello dei nostri nonni.

Senza tener conto dei ritrovamenti archeologici, fra i quali una roncola di bronzo (Museo Santa Giulia di B) che avrebbe potuto essere con maggiore diritto e logica, il simbolo del Comune.

La chiesa vecchia

In quella pergamena si accenna al fatto che la comunità era stata chiamata a raccolta dal suono della campana   e si accenna ad un “monico” in dialetto “monèc” cioè sacrestano.. Quindi c’era anche una chiesa quasi sicuramente nello stesso luogo di quella attuale, intorno ad essa si estendeva il cimitero.

L’ubicazione tanto decentrata è spiegata dal fatto che le ville più antiche erano proprio intorno a quel luogo: la villa detta Roncon sotto la chiesa, Mant appena a ovest della stessa dove oggi si trova la chiesa detta della disciplina e Tagné ancora più a ovest, ma sullo stesso piano.

Nel 1200 le ville oggi presenti, esclusa una, c’erano però già tutte e costituivano una comunità alla cui regola generale erano presenti oltre cento capifamiglia e, conoscendo il tipo di famiglia allora tradizionale, si può anche fare un calcolo approssimativo degli abitanti. 

In quella pergamena si accenna al fatto che la comunità era stata chiamata a raccolta dal suono della campana  e si accenna ad un “monèc” cioè sacrestano. Quindi c’era anche una chiesa, quasi sicuramente nello stesso luogo della attuale, intorno ad essa si estendeva il cimitero.

Don Santo Amistadi afferma con sicurezza, ma non è chiaro in base a quali elementi, che non si trattava della chiesa che oggi chiamiamo “la Disciplina”, bensì di altra costruzione orientata diversamente nel centro del cimitero, sebbene situata nello stesso posto dell'attuale.

 Non ci sono documenti certi che attestino l’anno di costruzione della chiesa detta La Disciplina, si parla del 1300, ma appare strano che all’epoca non siano state lasciate tracce (disegni e documenti) sulla costruzione di una chiesa. Infatti i documenti di cui disponiamo, scritti dopo il  1200, considerati i tempi, sono abbondanti e documentano fatti di assai minore importanza (l'opinione è che la questione non sia del tutto chiarita).

  Nel 1489 gli abitanti del concilio di Roncone chiesero la separazione della loro comunità ecclesiale dalla Pieve di Bono, dalla quale si erano già separati negli affari civili, ma  l’arciprete pievano Antonio de Amboni si oppose perché avrebbe perso la metà dei suoi fedeli e, con essi, un po’ di prestigio. Così i Ronconesi dovettero rivolgersi direttamente al papa Innocenzo VIII che nel 1491 concesse la separazione. La bolla fu redatta in toni concilianti perché non ordinò di separare, affermando bensì che ”ci sentiamo bene inclinati a favorire la domanda e con questi scritti raccomandiamo la cosa alla vostra discrezione”.

Dal testo della bolla si leggono i motivi per la richiesta della separazione: fra i più importanti, la morte di persone senza i sacramenti e di bambini senza battesimo a causa della distanza e della difficoltà presentata dalle strade. Le raccomandazioni non bastarono a convincere il Pievano, anche perché nel frattempo il papa era morto. I Ronconesi si rivolsero allora al suo successore e questa volta la risposta di Alessandro VI, secondo lo stile del personaggio, fu perentoria.

 La separazione avvenne il 4 maggio 1494 costituendo una rettoria, perché  il pievano non volle accettare che fosse formata una parrocchia nella sua stessa Pieve. La rettoria quindi, a fronte del diritto per la Comunità di nominare il proprio rettore, dovette mantenere dei legami sia di carattere economico, sia spirituale, che tuttavia nel tempo andarono estinguendo, in alcuni casi in modo naturale, come la partecipazione obbligatoria alle rogazioni della Pieve, con altri di carattere economico, oppure con l'emissione di atti civili. Tutti ricordano l'ultima "recente" partecipazione dell’arciprete di Pieve di Bono, alle celebrazioni della sagra come ultimo ricordo dell’antica dipendenza, mentre solo verso la fine degli cinquanta una delibera del Consiglio Comunale stabilì l'estinzione di un impegno riguardante il mantenimento del sagrestano.

Non si trovano documenti che ci descrivano le dimensioni e lo stato della chiesa vecchia in questo periodo. Don Santo scrive che si trovava nello stesso posto dell'attuale ed era orientata da est a ovest. Gli atti visitali del 1579 prescrivono ampliamenti con ristrutturazioni del soffitto e del pavimento. Avvenuta la separazione, si dovette posare il fonte battesimale e furono aggiunti due altari laterali dedicati a San Lorenzo e a Sant'Antonio da Padova.

Gli atti visitali del 1603 rilevarono che la situazione era migliorata di poco ed il parroco propose alla comunità di costruire una nuova chiesa.

Don Amistadi scrive che l’idea di abbandonare la plurisecolare cappella di Santo Stefano trovò opposizione, ma alla fine il parroco don Lazzeri di Strada riuscì nell'intento.

La chiesa nuova

La posa della prima pietra avvenne nel 1619 mentre il campanile fu eretto dal 1636 al 1640 - Nonostante le condizioni economiche della popolazione di quel tempo, la buona volontà della gente e l’abbondanza di sassi permisero di portare a tremine la costruzione nel volgere di tre anni, dobbiamo considerare che gli uomini erano assenti dal paese da ottobre a maggio e che da giugno ad ottobre erano impegnati anche nei lavori estivi.

La nuova chiesa era orientata in modo diverso dalla precedente, costituita da un’aula rettangolare con un presbiterio poco profondo e piatto.

 

Aveva tre altari: l’altare maggiore dedicato a S. Stefano, due laterali con diversa dedicazione rispetto ai precedenti, infatti furono dedicati al Santissimo quello di sinistra, alla Madonna del Rosario quello di destra, dedicazione tuttora in vigore.

Contemporaneamente fu aggiunto il vano detto sacrestia vecchia, mentre sul lato sinistro e sopra la sacristia, il locale per l’organo di allora, ambiente oggi delimitato dalla parete sulla quale è posto un grande crocifisso.

La chiesa aveva solo due porte: quella sulla facciata e quella a est. La forma dell’aula non era ben proporzionata, subito dopo la costruzione si cominciò a parlarne osservando che altezza e larghezza apparivano non in armonia con la lunghezza della chiesa.

 

Contemporaneamente fu aggiunto il vano detto sacrestia vecchia, sul lato sinistro e sopra la sacristia, il locale per l’organo, oggi chiuso dalla parete sulla quale è posto un grande crocifisso.

Nel 1633 la chiesa venne consacrata dal principe vescovo Emanuele Madruzzo

Nel 1634 ci fu il primo rettore eletto dalla popolazione, un sacerdote ronconese di appena 25 anni don Paolo Polana che  ritenne la chiesa oltre che sproporzionata anche inadeguata alla  popolazione.

Fatto sta che nel 1654, appena trent’anni dopo la costruzione, venne demolita la facciata e la chiesa venne allungata verso sud dell’ultima campata che è andata ad occupare parte del cimitero, che, di conseguenza, dovette essere allargato verso est con la costruzione di un muraglione e successivo riempimento

La nuova facciata

La nuova facciata prese la forma attuale, tipica del tempo, con le due nicchie ai lati della finestra, le due fiamme poste agli angoli dell’arco che simboleggiano la fede e la speranza e la croce alla sommità simbolo della carità

Le due statue  di pietra grigia,  di Santo Stefano  e San Vigilio dello scultore di Bezzecca  Francesco Oradini: considerato che le date di nascita e di morte dello stesso (1699-1754) possono considersi posteriori all’epoca di costruzione della chiesa. Il rivestimento in marmo di tutta la facciata è stato eseguito nell’anno 1956.

Del 1654 sono pure quelle strutture architettoniche che incorniciano la porta, mentre il portone in legno intagliato è di Paolo Amistadi detto Fumana, di Roncone

Il portale  

 

Il Portone

Nuove aggiunte

Nel 1727 fu aggiunta la sacrestia nuova, cioè quella attuale, con conseguente nuovo allargamento del cimitero, mentre nel 1736 si aprì una breccia nella parete ovest dove, nel 1671, era stato posto un altare per onorare un voto a Sant Antonio Abate, probabilmente eretto durante un’epidemia del bestiame,

Fu aggiunta una cappella  sacrificando parte della vecchia sacrestia  e si aprì la terza porta quella verso ovest.  Nello stesso anno fu costruita la cappella ad est.

Ultime aggiunte

 Nel 1778 fu demolita la parete settentrionale e fu edificata l’abside.  E furono collocate la pala e la cornice di marmo che la contiene. Nel 1848 fu rifatta la gradinata di accesso alla chiesa.

Nel 1852 si aggiunse ancora un vano definito la sacrestia dei confratelli sul fianco est. Con questa costruzione si conclusero le costruzioni. Il 7 gennaio 1912 l’assemblea dei capifamiglia riunita nella chiesa della disciplina delibera di rinunciare alla nomina del rettore ed in cambio la Rettoria si trasforma in Parrocchia

                                                    

L’organo

Passiamo all’interno della chiesa e, in dettaglio, osservaziomo le opere d’arte e di decoro. Affrontamo la loro descrizione in ordine sparso, secondo l’importanza artistica che è stata attribuita dagli esperti.

Iniziamo dall’organo, croce e delizia degli esperti d’arte degli ultimi tempi. E’ considerata la più bella cassa d’organo di tutta la provincia e fino a pochi anni fa era stata considerata la più bella opera dell’intagliatore  ronconese del 1600 G. Battista Polana. Ad attribuirgli l’opera era la tradizione popolare e tutti gli studiosi che ne avevano scritto in passato, (Lorenzi, Weber, Rasmo, Codroico. A lui si attribuivano anche altre opere, come il Coro dell’Inviolata a Riva, l’altare della chiesa di Carisolo e i due altari di una chiesa di Lodrone. Infine, tre altari della chiesa di Roncone ed altre opere, giudicate poco omogenee per lo stile.

L’autore dello scritto riguardante l’organo della chiesa di Roncone (Cattoi) nel volume Scultura in Trentino, contesta l'attribuzione (del sei-settecento) affermando che non vi sono prove certe che sia opera del Pollana  mentre ritiene corretta l'attribuzione ad un certo Pietro Dossena,  l’autore di una cassa d’organo molto somigliante a quello di Roncone nella chiesa dei Santi Faustino e Giovita di Sarezzo (BS).

 Si sa per certo che sia il Polana che il Dossena erano stati allievi dello scultore Lorenzo Haili di Mantova e avevano lavorato per la bottega. Sulla osservazione circa la presenza di elementi di omogeneità stilistica, alla sua scuola vengono attribuiti i due organi, il coro dell’inviolata di Riva e molte altre opere in Trentino.

I Ronconesi preferiscono pensare che la mancanza di prove certe, non debba necessariamente  portare alla conclusione che l’organo non sia opera del Polana, affidanosi al "valore della tradizione locale".

   Insiame all’organo si consideravano suoi anche due altari lignei della chiesa: quello del Santissimo e quello della Madonna, infine un terzo altare da tempo scomparso.

Giudizio stilistico

Il lavoro costituisce, secondo il parere degli esperti, l’avvento del barocco maturo nel Trentino occidentale: le figure scolpite seguono un programma teso a raffigurare la potenza della musica con figure dell’antico testamento. Davide, al centro della cantoria, effettivamente qualche cosa aveva a che fare con la musica, decisamente meno Sansone ed Ercole.

L’insieme assume un carattere trionfale tipico del barocco: figure umane ad altezza naturale, profusione di carnose foglie d’acanto, che nascondono i putti con giochi di colore chiaroscuro.

Don Amistadi e don Bazzoli affermano che originariamente l’organo era situato dietro il crocifisso sul fianco sinistro della navata e che fu spostato nel posto attule nel 1795 (ma si pensa che i lavori avrebbero interessato solo lo strumento e non la cassa e la cantoria).

 Particolari della cassa

          

     

La Pala dell'Altare Maggiore

Si tratta di altra opera d’arte che merita di essere citata, una Madonna assunta con santo Stefano patrono della chiesa e San Vigilio patrono della diocesi, il che potrebbe far pensare ad una commissione precisa della parrocchia. La pala è stata attribuita ad Alessandro Turchi detto l’Orbetto (Verona 1578- Roma 1649) un grandissimo pittore che ha lavorato a Verona, Venezia, e soprattutto a Roma.

L’Orbetto tratta la tematica sacra in modo severo con un carattere naturalistico deciso, mentre l’attività pittorica di genere profano esalta la bellezza femminile con spregiudicata libertà e accenti sensuali. Ed  è forse questa la ragione del gran successo presso il collezionismo privato.

Ha lavorato nella Sala regia del Quirinale, Villa di Mondragone del cardinale Scipione Borghese. Possedevano sue opere Il Richelieu , Mazarino e Luigi  XIV.

Turchi fu   autore  del rinnovamento, in direzione caravaggesca, della pittura veneta e veronese del primo Seicento, le grandi pale d'altare e i piccoli quadri di destinazione privata, lo stanno a dimostrare.

Questa pala è stata restaurata circa trenta anni fa ma recentemente ha avuto bisogno di un ulteriore ritocco a causa di muffe.

E' opnione comune che il riscaldamento della chiesa non abbia giovato alla conservazione, né dei dipinti, né delle opere lignee.

La cornice di marmo rosso di Francia e giallo di Castione sono attribuite agli scultori altaristi Ogna Paolo e Ogna Giovanni Francesco di Rezzato attivi nella seconda metà del 1700.

Tutti questi arredi con le loro linee  sempre curve e la ricchezza di particolari ornamentali si rifanno all’abbondanza decorativa del barocco  

Particolare della cornice

Notare che anche l’altare segue le stesse linee curve,  così pure il tabernacolo

Vista complessiva dell’Altare

la Pala del Santissimo

Altra opera di pregio di autore ignoto. È opera della fine 500 e rappresenta una adorazione del Santissimo Sacramento con angeli e Santi, nella parte alta sono rappresentati gli strumenti della passione.

Nel volume I "Madruzzo e l’Europa” edito dalla PAT e dal Castello del Buon consiglio si scrive: Il nesso fra il sacrificio di Cristo sulla croce e l’ostia consacrata, qui affiancato dal richiamo della Vergine e dei Santi è espresso nella bella tela tardo cinquecentesca di S. Stefano di Roncone

Come riporta un’iscrizione nella targa posta sulla cornice, la pala era stata acquistata e posta nell’anno 1640 grazie alle elemosine raccolte fra i confratelli della confraternita del Santissimo che rimase in vigore fino agli anni 60 del 1900. L’iscrizione recita: Hoc opus Sanctissimi Sacramenti factum fuit instante domino Paulo Pollana ipsius ecclesiae Rectore de elemosinis collectis per confratres ipsius scholae, anno Domini 1640.

 Dietro la pala, in una nicchia, vi è una statua del Sacro Cuore del 1800, proveniente dalla val Gardena

Altare del Santissimo.

E’ di legno intagliato del XVII secolo ed è uno dei tre che erano stati considerati opera di G. B. Polana. E’ il più antico ed il più bello dei quattro rimasti (e anche il più vicino alla completa distruzione da parte dei tarli). Tutti gli altari lignei sono stati oggetto di restauro e dorature da parte di Carlo Verra scultore di Ortisei  nel 1936.

Purtroppo circa quaranta anni fa sono stati depredati di varie parti da ladri di opere d’arte (si notano bene gli  angioletti e i vuoti).

Tutti questi tipi di altare si rifanno ai dipinti  chiamati “Capricci romani" di scuola bolognese e veneta della fine del    1600. e 1700

La mensa dell’altare del Santissimo

Altare di San Filippo.  

La primitiva dedicazione fu a Sant’Antonio Abate (1671) che venne ben presto sostituito da San Filippo.

Un sacerdote ronconese don Oliviero Olivieri (1615- 1691) dopo essere rimasto qualche anno in paese come insegnante, si trasferì a Venezia dove rimase a lungo sempre da insegnante (privato) presso una famiglia di nobili. Lì aveva acquistato la statua e, al suo ritorno, l’aveva regalata alla sua chiesa. Ogni anno la statuta veniva potata in processione il 26 maggio, ma anche nei casi di straordinaria siccità.

Gli emigranti a Venezia

  È il caso ricordare che molti oggetti d’arte contenuti nella chiesa sono il frutto della raccolta di fondi  della “Cassa di Santo Stefano” istituita  da un altro sacerdote emigrato a Venezia alla fine del 1600: don Salvatore Salvadori, che oltre a fare l’insegnante privato era l’assistente spirituale della colonia dei ronconesi, emigrati in quella città per lavorare nei cantieri navali come maestri d’ascia. A differenza della maggior parte degli uomini che emigravano nella pianura padana come segantini, quelli dei cantieri veneziani non erano stagionali ed avevano maggiori possibilità economiche. Uno di essi era riuscito perfino a possedere un ben avviato negozio in città ed era padre di un altro sacerdote che nel 1700 risulta residente a Venezia.

Sono sicuramente provenienti dalla cassa di S. Stefano i busti reliquiari e i grossi candelieri che si usano nelle feste grandi.

Statua di San Filippo

La pala di san Filippo

Periodicamente, a ricordo dell’antica dedicazione dell’altare, davanti alla statua di San Filippo viene calata la pala di Sant’Antonio Abate e San Giovanni Nepomuceno. Si tratta di una oleografia Alinari di scarso valore artistico.

Altare di San Carlo Borromeo

Era l’altare della Congregazione della Dottrina Cristiana che aveva il compito della promozione religiosa dei bambini e degli adulti. Ogni congregazione aveva la cura del proprio altare. Fu dedicata a San Carlo Borromeo perché il santo, che aveva partecipato da giovane al Concilio di Trento, aveva attentamente considerato le raccomandazioni riguardanti l’insegnamento della dottrina, promuovendola fin nella diocesi di Milano. La pala è un’oleografia Alinari. Anche a questo altare sono state sottratte due statue e due angioletti. Non esistono nicchie dietro la pala

Particolare dell’altare 1600

Altare ligneo della Madonna del Rosario.

Come si legge sulla targa posta sulla cornice (Pars lignea huius altaris a  sacello scholae discipline traslata et deaurata est a C. Verra anno domini MCMXXXVI) proviene dalla chiesa della Disciplina  ed è fra quelli attribuiti al Polana.

A differenza degli altri altari, ha due colonne tortili anch’esse tipiche del barocco. L’altare ligneo originale si era sfasciato ancora verso la fine dell’800, poi sostituito con uno di marmo, dello scultore roveretano Scannagatta di Rovereto - XX secolo (oggi ne vediamo solo la mensa).

La statua è opera di Giuseppe Moroder di Ortisei (1846-1939).

Il quadro della deposizione sul lato sinistro dell’abside è una copia, non si sa di quale epoca, della tela di Luca Giordano ( Napoli 1634-1705: lavorò a Venezia dal 1652). L’originale è alle Gallerie dell’Accademia di Venezia: durante il periodo che decorre dalla fine del 1600 alla prima metà del 1700, fu il quadro ispiratore per altri pittori, dall'identico tema.

(vedi anche a fine pagina)

Ai lati dell’abside esistono quattro tele ad olio ovali, giudicate di scarso valore artistico, che rappresentano i quattro evangelisti. Sono del XVIII secolo

Sul lato est del presbiterio una bella tempera di Matteo Tevini, la più curata di tutte quelle della navata. Osserviamo la forma delle finestre: le cornici interne a stucco ricalcano lo stile del resto della chiesa e sono del Tevini, mentre la pittura esterna a tempera è stata rinfrescata durante i lavori di restauro di 15 anni fa.

Osserviamo ora i medaglioni e altre tempere. Le stuccature e le pitture a tempera del presbiterio e della navata sono stati eseguiti dal pittore Matteo Tevini, oriundo Trentino, ma residente a Milano, già autore di altre decorazioni in diverse parti del Trentino.

 Il fonte battesimale

La vasca di pietra ammonitica è stata catalogata del sec. XVII mentre la copertura di legno di noce intagliato è del XVIII secolo

La pila acquasantiera

Di pietra ammonitica rossa è datata 1686. Il gambo di pietra calcarea bianco è del XX secolo, mentre le cinque acquasantiere di pietra ammonitica rossa vicine alle porte sono state catalogate appartenenti al  XVIII secolo.

I due quadri ai lati dell’organo

Uno è del 1630, chiamato il quadro della peste. È firmato Nicola Gristani de Turino.

E’ interessante perché rappresenta in modo inequivocabile, il modo di pensare alla peste come ad un castigo di Gesù, che è raffigurato in atto di scagliare i suoi fulmini, alla maniera di Giove. Accanto a lui la Madonna che prega e in basso i santi Rocco e Carlo Borromeo con il committente. Perfino gli angioletti intorno a Gesù sembrano avere un’aria minacciosa e indicare i bersagli da colpire.

Un’altra scritta rivela il nome del notaio committente: Bonapace di Roncone. Ha valore più come documento storico che artistico.

La chiesa e piuttosto dotata di paramenti sacri, dei quali alcuni di valore, in particolare un piviale del 1600. Di manifattura italiana della prima metà sec. XVII, il Piviale verde. Lo stemma della famiglia Madruzzo è inquartato con quello di una famiglia non identificata.

La confezione del piviale non è originale in quanto questo risulta essere stato rifoderato; il manufatto è stato donato alla chiesa nel 1633 dal principe vescovo Carlo Emanuele Madruzzo, in occasione della consacrazione della nuova chiesa rettorale.

Il calice del XVI secolo  potrebbe essere il primo calice adottato dopo l’istituzione della rettoria nel 1494.

 

La Deposizione di Luca Giordano
(clicca sull'immagine per leggere del dipinto originale a Venezia
e la citazione della copia nella chiesa di S. Stefano a Roncone)

Galleria foto di Monica Valentini