ARTICOLO PER JUDICARIA n. 82

23.04.2013 00:00

ARTICOLO PER JUDICARIA n. 82

Lo scorso 30 novembre 2012, in occasione della festa del Patrono, Sant'Andrea apostolo, come ormai da tradizione il Gruppo Culturale Bondo Breguzzo offre ai compaesani un momento di convivialità e di riflessione culturale sui tesori di arte e di storia presenti nel territorio.

Nel 2012 è stata proposta una interessante illustrazione dell'affresco collocato nella controfacciata della Chiesa parrocchiale, il “Giudizio Universale” di Adolfo Mattielli, tenuta dalla dottoressa Valentina Menini, diplomata all'Accademia di Belle Arti proprio con una tesi sul pittore soavese.

Specializzata in postimpressionismo e in Arte Terapia, direttrice artistica di una società di comunicazione – la Damaline Communication Srl – la Menini ha partecipato e presieduto numerose conferenze sul Mattielli essendone in Italia la maggiore conoscitrice.

Ecco di seguito alcuni stralci della trattazione, che la dottoressa Menini ha acconsentito fosse resa pubblica attraverso la rivista Judicaria.

ADOLFO MATTIELLI – AFFRESCATORE DEL GIUDIZIO UNIVERSALE DELLA CHIESA DI BREGUZZO

di Valentina Menini

Ho l’opportunità di questa retrospettiva, come occasione per raccontare vita ed opere di Adolfo Mattielli e così poterlo nuovamente condividere, questo artista virtuoso solitario e sensibile. Ricordare per non dimenticare mai quanto sia stato importante il suo passaggio, di quanto sia rilevante e di pregio la presenza di Mattielli, oggi così come allora, nella Chiesa di Sant’Andrea; ricordare per non dimenticare mai questo segno tangibile di indiscutibile valore e di prestigio che l’artistica soavese ha lasciato a Breguzzo, perché nessuno poi, di più autorevole c’è stato nel mondo dell’arte, e questo valeva in passato e vale doppio proprio ora, intaccato dallo scorrere di tempi e di mode, nel nostro presente.

Nel periodo storico artistico attuale, dove oramai non si considerano più i grandi del passato, poiché siamo tesi e proiettati a vivere unicamente nel nostro veloce e repentino attuale; dove tutto ha raggiunto il culmine della rappresentazione e si è sfiorato se non superato il limite; dove ci si scopre privi di valori e ci si addormenta sul ‘già fatto’, ed il nuovo, il presente, non è più nuovo, ma precocemente già vecchio, sembra anacronistico ritornare ad occuparsi, oggi, di Adolfo Mattielli. Tuttavia, a 130 anni dalla sua nascita, è giusto, quasi doveroso, ricordare un artista così grande ed importante a livello nazionale ed internazionale, forse l’ultimo vero affrescante del suo tempo e di oggi, e di certo l’unico che abbia saputo raccontare grazie alla sua straordinaria abilità pittorica, tematiche sacre e ‘profane’.

La pittura di Adolfo Mattielli è solida, spiritualmente perpetua, rivolge intelletto ed abilità ad un’espressione non solo pensata, ma soprattutto sentita, metabolizzata e ben ragionata. Egli è un artista veneto, soprattutto nel colore: egli si sente vicino allo spirito di quegli ‘antichi’ veneziani indiscutibilmente nobili nella loro profondità coloristica, convincenti e ‘senza trucchi’, e nelle cui opere colore e luce si fondono suggellandosi in un matrimonio di profonde armonie.

Prendendo spunto dai suoi innumerevoli personaggi, il Mattielli ha sempre cercato di raggiungere ‘livelli di sorprendente raffinatezza esecutiva’: la rigidità compositiva del grande Mantenga, le dolcezze raffaellesche. Suoi punti di partenza sono stati Leonardo, Michelangelo, Giorgione e Tiziano… Egli è rimasto perciò ancorato all’arte tramandata dei quattrocentisti e cinquecentisti. Tuttavia, il Mattielli ha vissuto con le avanguardie del primo Novecento e per le stesse non ha sentito particolari inclinazioni; è un artista che non si è mai piegato ai compromessi con le ubriacature artistiche che si sono avvicendate, una dopo l’altra, nel suo tempo. Lo scopo di tutta la pittura di Mattielli è sempre stata quella di interpretare ciò che la natura gli si presentava davanti attraverso l’interpretazione, non la riproduzione verosimigliante.

Ricordo la prima volta che ho visto un quadro del Mattielli. Ero una ragazzina al terzo anno della scuola media: disegnare e scrivere, musica e sogni, i miei credo. Durante la lezione di educazione artistica, una mia compagna, con le tempere, riproduceva il dipinto I Pulcini. Soggetto: su un prato verde e rigoglioso, una madre con il braccio la sua bambina e sulla manina aperta di quest’ultima, un pulcino. Sullo sfondo dolci colli e montagne rosate stagliate su un placido cielo azzurrissimo solcato appena dalle nuvole. Non si tratta del quadro più rappresentativo del Mattielli, ma riassume qualità di stile e punti di forza che si riscontrano nella sua pittura: grazia e dolcezza, tenera espressività, conoscenza e sensibilità del colore, perizia tecnica ed un ottimo segno… nonché una particolare attitudine per il ritratto e la copia dal vero. Si rimane sbigottiti dinnanzi all’abilità dell’artista soavese come ritrattista; con l’intelligente ed accorta osservazione verso il soggetto, il Mattielli ottiene sulla tela eccezionali somiglianze con l’originale. Quest’attitudine per il ritratto e la copia dal vero, insieme alla minuziosa conoscenza dell’anatomia, gli hanno permesso di dar vita a volti e a corpi nei suoi numerosissimi dipinti, e naturalmente, quegli stessi volti sono diventati poi i volti di quei putti e di quegli angeli sulle volte delle chiese che l’artista ha dipinto.

In tutto il suo percorso di vita interamente dedicata all’arte, Mattielli descriverà temi sacri e temi classici della campagna, i rituali contadini insieme ad elementi umani di prim’ordine: la maternità, modestia, la fanciullezza, l’ingenuità e l’abnegazione al lavoro, rappresentata in Ritorno dai Campi, opera del 1917. Lo sfondo è quasi inesistente e la figura, al limite della stilizzazione, stacca su uno sfondo integro. Qui, nella schiettezza dei tratti, nella nudità del segno, anche se dolce, mai ruvido, si raccolgono la stanchezza, lo sfinimento, da entrambe le figure per trasmetterle a chi guarda; qui, gli elementi naturali ridotti sottolineano la spossatezza del contadino; qui la linea curva segue la stanchezza e la risolutezza dell’animale, una piena se non maggiore condivisione con il proprio padrone.

 

La mia arte più che appartenere alla storia della pittura, ritengo debba appartenere a quella del sentimento…”, ripeteva Adolfo Mattielli. Ed infatti, il credo del Mattielli, il suo mondo, è un mondo spirituale, un universo dove vengono richiamati il bello, il limpido ed il buono in una corretta proporzione. Il suo operato artistico si potrebbe suddividere in due parti: nella prima parte opera il colore, si da il tempo per sperimentarlo il colore, anche attraverso la preparazione delle tinte; nella seconda parte sembra quasi che non ci sia il tempo, la tavolozza si prepara con i tubetti… ed il segno primeggia. I suoi protagonisti colti con ‘occhio impressionista’ nella loro veridicità quotidiana non sono mai assoluti, ma presentati in uno sfondo di natura rigogliosa, viva, vitale, con la quale non dimenticano mai di convivere con placida tranquillità. 

 

Perché la pittura di Adolfo Mattielli è una poesia.

 

Anche quando egli affrescherà gli oltre cento metri quadrati della controfacciata dell’imponente Giudizio Universale della Chiesa Parrocchiale di Breguzzo, negli Anni Quaranta, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, attraverso un tema così forte, si respira tutta la sua poesia. Nel 1946 gli abitanti di Breguzzo vollero ringraziare il Signore per la fine della guerra e commissionarono l’incarico al pittore soavese; egli dipinse le pareti che sin dall’anno della consacrazione della chiesa, nel 1867, erano rimaste spoglie: Davide, Mosé, San Gerolamo, Sant’Agostino, Isaia, Geremia, Sant’Ambrogio e San Gregorio sui tondi lungo la volta della navata centrale, la storia di Sant’Andrea sull’abside con l’Episodio di Emmaus, il Melchisedek, la Predicazione di Sant’Andrea ed il Martirio di Sant’Andrea e, sulla volta, i Quattro Evangelisti. Sulla parete di destra, sopra il battistero della chiesa, egli dedicò un trittico a San Giovanni il Battista.

Nel maestoso e solenne Giudizio Universale, originale per come appare allo spettatore non appena quest’ultimo volge lo sguardo oltre le sue spalle, si esplica il senso della vita, le nostre scelte e le nostre azioni che saranno le stesse con cui un giorno saremmo ineluttabilmente giudicati; le anime accolte dal Padre attraverso Gesù oppure condannate agli inferi. Nell’affrontare questo tema, il Mattielli riassume la sua poetica coloristica: calma, soave da una parte, una promessa di luce avvolgente e nitida per coloro che salgono al Padre, il vecchio e la madre con il bambino in primo piano condotti dagli angeli immacolati, a sinistra; e profonda, impetuosa, dall’altra, verso il fondo a destra, sul rosso di lampi e fiamme ed il grigio del fumo, circoscritta alla terribilmente ironica figura in basso a destra di un Belzebù impegnato a scegliere chi tra i dannati portarsi via per primo.

 

Oggi, proprio in occasione dei 130 anni dalla nascita di Adolfo Mattielli, è importante ricordare il passaggio di questo artista a Breguzzo. Il Giudizio Universale del Mattielli colpirà per forza e potenza, per segno e per colore, e per lo schema compositivo: il Cristo posto al centro di un cielo mattielliano immacolato, sovrano e giudice, ammorbidito dal dolce susseguirsi delle intatte nuvole; i colori accesi e le linee nette che invece, nella parte più vicina allo spettatore, sottolineano i sentimenti di tormento e disperazione di chi è perduto trovando punto di congiunzione nella figura in picchiata di Belzebù.

Questo è un dipinto che non può e non deve lasciare indifferenti. Questo è un dipinto che merita di essere visto, un’occasione per ammirare e condividere questo artista virtuoso solitario, profondo e sensibile.

Galleria foto: L'affresco - alcuni particolari