Un grande esempio di fede e di coraggio!

20.12.2012 17:26

Volevo condividere con tutti voi un articolo del giornale di Brescia in cui parla la mamma che pochi mesi fa ha perso marito e figli in una dolorosa tragedia.
Per me Elena eì un grandissimo esempio di come la vita spesso ci mette alla dura prova pero' lei e' un grande esempio di fede e di coraggio!
Grazie Elena!!!


(Claudia)

...In dieci minuti ho perso tutto quello che avevo, tutto quello che mi dava felicità: i miei due bambini, mio marito. Davanti a me c'erano due possibilità: chiudermi in una "scatola", lasciandomi andare alla depressione e scaricando sugli altri il mio dolore; oppure sopportarlo lavorando su me stessa.

Ed è questo che faccio da sette mesi, da quel 21 maggio, con fatica e con il sostegno di persone che mi sono state e mi sono vicine, prima tra tutte mia madre, continuando a ripetere che sono forte. Ma se è vero, come dicono, che io sono un esempio per molti, allora vorrei esserlo non soltanto nel 2012, come "notizia dell'anno", "premio dell'anno". Vorrei esserlo per il resto della mia vita». Nello studio del sindaco Adriano Paroli, che le ha voluto assegnare il Premio Bulloni - incontrando il consenso unanime della giuria - proprio per «la lezione che ha dato alla città», Elena Moré parla della sua storia, di quel che la sua vita era prima del 21 maggio 2012, di quel che è stata dopo e di quel che vorrebbe fosse d'ora in poi.

Di tanto in tanto le s'incrina la voce, ma lo sguardo è fermo: è lo sguardo di chi ha visto l'orrore ed è comunque in grado di scorgere altro. Perché, com'ella stessa spiega, «il dolore aiuta a crescere», ovvero a cogliere l'essenziale. Allo stesso modo, le parole di Elena - la giovane madre che in un mattino piovoso della scorsa primavera ha vissuto la tragedia della morte dei figli per mano del marito, che poi si è tolto la vita - sono semplici chiare sincere; e così precedono qualsiasi domanda, finendo piuttosto per interrogare con la loro verità chi si trovi ad ascoltarle.

«Quello di mio marito - dice subito - è stato un gesto di amore e protezione nei confronti miei e dei nostri figli. È arrivato a un punto di vuoto esistenziale che non è riuscito ad affrontare, nonostante la sera prima io gli avessi ricordato che, secondo la promessa matrimoniale, sarei stata accanto a lui nella buona e nella cattiva sorte. Non posso negare di provare dolore e rabbia; ma l'ho perdonato perché con lui ho condiviso tanto e se nel tempo sono migliorata è anche grazie a lui, che amava la vita e aveva una grande fede, conosceva le sue responsabilità e pensava sempre prima agli altri che a se stesso. E infatti la sua trasformazione interiore è cominciata con la tragica scomparsa di suo padre, che lui ha vissuto come un fallimento personale. I problemi economici? Sono stati soltanto la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Certo, se un giorno lo rivedrò, gli dirò che poteva stringere i denti, provare ad andare avanti... Ma ho capito il suo dolore, so che ha lottato tanto con se stesso, convinto di non aver mantenuto la promessa di essere un buon padre. Fino a quel gesto, che avrebbe dovuto coinvolgere anche me. In dieci minuti la mia vita è stata stravolta».

Elena prende fiato, poi va avanti: «Da allora ho cercato unicamente di non scaricare sugli altri quel che mi è accaduto. E anche questa è una lezione di mio marito». Tornando al lavoro di infermiera al pronto soccorso - un lavoro sognato fin da bambina e svolto con gioia - Elena ha portato con sè una nuova consapevolezza: «Gesù ci chiede di vivere in modo semplice. Ma questo si capisce in un dolore estremo come il mio o come quello di una malattia grave».

E allora, l'invito che Elena sente di rivolgere a tutti è di «vivere ogni giorno guardando agli altri, regalando loro il nostro tempo e la nostra umanità». Lei in gennaio andrà in Brasile, dove trascorrerà tre mesi in un centro con 320 bambini: «Sono alla ricerca di qualcosa di forte che si chiama amore», spiega. L'hanno invitata i Padri piamartini che l'hanno seguita e vista «devastata». Perché il dolore c'è, è sempre lì, pronto ad afferrarla in qualsiasi momento. Ma lei non molla, come «non ha mai mollato» sua madre, che - racconta con gratitudine - è stata al suo capezzale per due anni quando, da piccolissima, fu colpita da un tumore; e l'ha accolta e sostenuta dopo la tragedia del 21 maggio. «Sì - conclude -, sono sopravvissuta due volte. Qualcosa significa».
Francesca Sandrini

In dieci minuti ho perso tutto quello che avevo, tutto quello che mi dava felicità: i miei due bambini, mio marito. Davanti a me c'erano due possibilità: chiudermi in una "scatola", lasciandomi andare alla depressione e scaricando sugli altri il mio dolore; oppure sopportarlo lavorando su me stessa.

Ed è questo che faccio da sette mesi, da quel 21 maggio, con fatica e con il sostegno di persone che mi sono state e mi sono vicine, prima tra tutte mia madre, continuando a ripetere che sono forte. Ma se è vero, come dicono, che io sono un esempio per molti, allora vorrei esserlo non soltanto nel 2012, come "notizia dell'anno", "premio dell'anno". Vorrei esserlo per il resto della mia vita». Nello studio del sindaco Adriano Paroli, che le ha voluto assegnare il Premio Bulloni - incontrando il consenso unanime della giuria - proprio per «la lezione che ha dato alla città», Elena Moré parla della sua storia, di quel che la sua vita era prima del 21 maggio 2012, di quel che è stata dopo e di quel che vorrebbe fosse d'ora in poi.

Di tanto in tanto le s'incrina la voce, ma lo sguardo è fermo: è lo sguardo di chi ha visto l'orrore ed è comunque in grado di scorgere altro. Perché, com'ella stessa spiega, «il dolore aiuta a crescere», ovvero a cogliere l'essenziale. Allo stesso modo, le parole di Elena - la giovane madre che in un mattino piovoso della scorsa primavera ha vissuto la tragedia della morte dei figli per mano del marito, che poi si è tolto la vita - sono semplici chiare sincere; e così precedono qualsiasi domanda, finendo piuttosto per interrogare con la loro verità chi si trovi ad ascoltarle.

«Quello di mio marito - dice subito - è stato un gesto di amore e protezione nei confronti miei e dei nostri figli. È arrivato a un punto di vuoto esistenziale che non è riuscito ad affrontare, nonostante la sera prima io gli avessi ricordato che, secondo la promessa matrimoniale, sarei stata accanto a lui nella buona e nella cattiva sorte. Non posso negare di provare dolore e rabbia; ma l'ho perdonato perché con lui ho condiviso tanto e se nel tempo sono migliorata è anche grazie a lui, che amava la vita e aveva una grande fede, conosceva le sue responsabilità e pensava sempre prima agli altri che a se stesso. E infatti la sua trasformazione interiore è cominciata con la tragica scomparsa di suo padre, che lui ha vissuto come un fallimento personale. I problemi economici? Sono stati soltanto la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Certo, se un giorno lo rivedrò, gli dirò che poteva stringere i denti, provare ad andare avanti... Ma ho capito il suo dolore, so che ha lottato tanto con se stesso, convinto di non aver mantenuto la promessa di essere un buon padre. Fino a quel gesto, che avrebbe dovuto coinvolgere anche me. In dieci minuti la mia vita è stata stravolta».

Elena prende fiato, poi va avanti: «Da allora ho cercato unicamente di non scaricare sugli altri quel che mi è accaduto. E anche questa è una lezione di mio marito». Tornando al lavoro di infermiera al pronto soccorso - un lavoro sognato fin da bambina e svolto con gioia - Elena ha portato con sè una nuova consapevolezza: «Gesù ci chiede di vivere in modo semplice. Ma questo si capisce in un dolore estremo come il mio o come quello di una malattia grave».

E allora, l'invito che Elena sente di rivolgere a tutti è di «vivere ogni giorno guardando agli altri, regalando loro il nostro tempo e la nostra umanità». Lei in gennaio andrà in Brasile, dove trascorrerà tre mesi in un centro con 320 bambini: «Sono alla ricerca di qualcosa di forte che si chiama amore», spiega. L'hanno invitata i Padri piamartini che l'hanno seguita e vista «devastata». Perché il dolore c'è, è sempre lì, pronto ad afferrarla in qualsiasi momento. Ma lei non molla, come «non ha mai mollato» sua madre, che - racconta con gratitudine - è stata al suo capezzale per due anni quando, da piccolissima, fu colpita da un tumore; e l'ha accolta e sostenuta dopo la tragedia del 21 maggio. «Sì - conclude -, sono sopravvissuta due volte. Qualcosa significa».
Francesca Sandrini